Rider sfruttati: inchiesta giudiziaria su Foodinho-Glovo, 40mila regolarizzati con stipendi da 2,5 euro
Il procuratore aggiunto di Milano, Paolo Storari, ha disposto in via d'urgenza un controllo giudiziario per caporalato a carico della società Foodinho, filiale italiana del colosso spagnolo Glovo.
Il procuratore aggiunto di Milano, Paolo Storari, ha disposto in via d'urgenza un controllo giudiziario per caporalato a carico della società Foodinho, filiale italiana del colosso spagnolo Glovo. L'azione, condotta in collaborazione con il Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri, ha portato alla nomina di un amministratore giudiziario, il commercialista Andrea Adriano Romanò, che dovrà garantire il rispetto delle norme sul lavoro e la regolarizzazione dei lavoratori impiegati da Foodinho. L'indagine ha rivelato che i rider, circa 40 mila in tutta Italia, venivano retribuiti al di sotto della soglia di povertà, con un sottopagamento che ha interessato il 75% del campione analizzato. La misura è stata adottata per prevenire ulteriori forme di sfruttamento e garantire condizioni di lavoro dignitose, in linea con l'articolo 603-bis del Codice penale, che punisce il caporalato. L'ipotesi di reato riguarda non solo la società Foodinho, ma anche l'ad che avrebbe adottato un modello organizzativo contrario al principio di legalità, a vantaggio dell'azienda.
La procura ha evidenziato come i rider, pur registrati in regime forfettario con partita IVA, fossero in realtà utilizzati come dipendenti, grazie a una gestione centralizzata attraverso una piattaforma che geolocalizzava i lavoratori, monitorava la loro disponibilità e collegava la performance alla retribuzione. Le testimonianze raccolte dagli investigatori descrivono un sistema di lavoro sottopagato e poco protetto: i rider guadagnavano in media 2,50-3,70 euro per consegna, con un compenso mensile che oscillava tra 800 e 900 euro per 12 ore di lavoro. Inoltre, i lavoratori segnalavano penalizzazioni per ritardi, con un impatto significativo sulle loro entrate. Il modello di organizzazione, descritto come "etero-organizzazione algoritmica", ha reso i rider dipendenti di fatto, nonostante fossero formalmente autonomi. Il 75% del campione analizzato aveva un reddito sotto la soglia di povertà, con scostamenti medi di 5 mila euro annui e massimi di 12 mila euro.
L'indagine si inserisce in un contesto più ampio di crescente attenzione verso le condizioni di lavoro nei settori della gig economy, dove le piattaforme di delivery e logistica hanno spesso operato in un'area di confine tra autonomia e subordinazione. Negli ultimi anni, le autorità hanno cercato di chiarire la natura giuridica dei lavoratori in questi settori, con un primo passo nel 2021, quando le attività investigative hanno permesso di estendere alcune garanzie di lavoro dipendente a circa 60 mila rider. Tuttavia, il modello di gestione di Foodinho ha rivelato nuove forme di sfruttamento, come il "caporalato digitale", attuato attraverso l'illecita cessione di account. Questi account, spesso registrati con documenti falsi, venivano ceduti ai rider dopo un accreditamento, con una trattenuta di una percentuale del guadagno. Questo sistema ha permesso a soggetti esterni di sfruttare i lavoratori, creando un circuito di sfruttamento che sfugge al controllo legale.
Le conseguenze dell'indagine hanno già avuto un impatto significativo sulle normative e sulle prassi aziendali. I decreti d'urgenza adottati a partire dal 2022 hanno messo in evidenza l'urgenza di regolamentare il lavoro dei rider, prevenendo nuovi modelli di sfruttamento. Il caso di Foodinho rappresenta un esempio di come le piattaforme di delivery possano sfruttare i lavoratori, utilizzando strumenti digitali per controllare e limitare i loro diritti. L'indagine ha anche svelato come molti rider, spesso stranieri, lavorassero in condizioni di bisogno economico, forzati a accettare un salario insufficiente per mandare denaro nei propri Paesi d'origine. Questo ha reso evidente una forma di sfruttamento non solo economico, ma anche sociale, che ha suscitato preoccupazione tra sindacati e istituzioni.
La nomina dell'amministratore giudiziario Andrea Adriano Romanò segna un passo decisivo per l'affronto delle violazioni riscontrate, ma la strada verso una soluzione completa è lunga. L'obiettivo è garantire non solo la regolarizzazione dei lavoratori, ma anche una trasformazione del modello di organizzazione delle piattaforme, che non possano più sfruttare i lavoratori attraverso meccanismi di controllo e retribuzione scorretti. Il caso di Foodinho potrebbe diventare un precedente per altre aziende, spingendole a rivedere le loro politiche. Tuttavia, il dibattito sull'equilibrio tra libertà di lavoro e protezione dei diritti resta aperto, con il rischio che nuove forme di sfruttamento possano emergere se non si adottano misure strutturali. Per il momento, il focus rimane su una risposta immediata, ma la sfida è quella di costruire un sistema che tuteli i lavoratori senza limitare l'innovazione del settore.
Fonte: Repubblica Articolo originale
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