Ozempic, tacchi e nostalgia: la crisi del lusso è una crisi di identità?
La crisi del lusso ha spinto le maison a rivedere le strategie creative, con una decina di direttori che hanno lasciato i ruoli, spostando l'attenzione su un target ristretto e riconsiderando l'identità aziendale. Brand come Gucci e Marni mostrano come tradizione e innovazione possano convivere, mantenendo una narrazione distintiva nel mercato.
La crisi del settore del lusso ha spinto diverse maison a rivedere le proprie strategie creative, con una decina di direttori creativi che hanno abbandonato i loro ruoli, soprattutto nella stagione passata, in cerca di un rinnovamento del desiderio di consumo. Questo fenomeno è stato ulteriormente accentuato dal fatto che, negli ultimi due anni, le aziende hanno concentrato i propri sforzi su un target ristretto di clienti ultra-ricchi, aumentando i prezzi fino a duplicarli in alcuni casi. Questo atteggiamento ha portato a un cambio di posizione nei rapporti tra le aziende e i loro clienti, con i Very Important Clients (VIC) che iniziano a occupare sempre più spazi nei défilé, tradizionalmente riservati alle influencer. La questione non è solo una questione di strategia commerciale, ma anche una riflessione sul concetto di identità aziendale, che spesso trascende il ruolo del singolo creativo o del legato storico.
Nel contesto attuale, il concetto di identità di una marca non si limita più al lavoro di un singolo designer, ma si estende a una visione più ampia del brand, che può rimanere intatto anche in presenza di nuovi direttori. Un esempio chiaramente visibile è il caso di Gucci, dove l'identità della maison, definita come "guccicità" da Demna, è diventata un concetto che va oltre lo stile e il design. Questo ha portato a un dibattito su cosa accade quando un fondatore o un direttore creativo lascia il ruolo: alcuni sostengono che la firma dovrebbe chiudere, ma in realtà il lusso non è arte, ma un business che si basa su una narrazione sociale. Le aziende devono mantenere un'immagine di eccellenza, anche se il loro modello di business si basa su una gestione aziendale piuttosto che su un'esperienza artistica.
L'evoluzione del settore ha anche portato a una maggiore attenzione alle esigenze dei clienti, con aziende come Dolce&Gabbana che hanno cercato di rinnovare la loro identità attraverso un approccio più radicale. Il recente défilé di Dolce&Gabbana, presentato in collaborazione con Madonna, ha messo in mostra una serie di abiti in nero, che hanno rappresentato una forma di rifiuto delle tendenze attuali e un ritorno a una visione più tradizionale del lusso. Questo approccio ha suscitato reazioni contrastanti, con alcuni che lo hanno visto come un ritorno alla purezza del brand, mentre altri lo hanno considerato un passo indietro. Tuttavia, il fatto che Dolce&Gabbana non abbia mai venduto la sua marca a un conglomerato e mantenga una propria identità distintiva ha contribuito a mantenerne la fedeltà dei clienti.
Il caso di Marni offre un altro esempio di come le aziende stanno cercando di rinnovare la propria identità. La maison, una volta nota per la sua capacità di catturare l'attenzione di donne creative e ad alto reddito, ha visto la sua fondatrice, Consuelo di Castiglione, ritirarsi dieci anni fa. Oggi, la direzione è affidata a Meryll Rogge, che ha cercato di riconciliare l'eredità della maison con le esigenze di un pubblico più giovane. Questo processo ha richiesto un approccio diverso, con un mix di elementi che ricordano la tradizione ma si adattano alle nuove tendenze. La collaborazione con OTB, il gruppo che possiede anche Diesel e Margiela, ha permesso a Rogge di sperimentare nuovi materiali e tecniche, mantenendo al contempo una connessione con il passato. Questo equilibrio tra innovazione e tradizione ha reso Marni un esempio di come le aziende possono evolversi senza perdere la propria identità.
La crisi del lusso ha anche portato a un'attenzione maggiore verso l'arte della manifattura e la capacità di creare prodotti di alta qualità. Ampiamente riconosciuta per la sua capacità di trasformare il cuoio in un elemento di design, Tod's ha mostrato come l'abilità artigianale possa essere una forma di resistenza al dilagare dell'intelligenza artificiale. Il lavoro di Matteo Tamburini ha evidenziato come un design semplice ma estremamente dettagliato possa soddisfare le esigenze di un pubblico diversificato. Questo approccio ha reso Tod's un esempio di come il lusso possa essere accessibile senza compromettere la sua essenza. Allo stesso tempo, il caso di Maximilian Davis ha dimostrato come la capacità di creare abiti che seguono il corpo e si adattano al movimento possa essere un fattore chiave nel successo di una marca. Questi esempi mostrano che il lusso non si limita più ai prodotti più visibili, ma si estende a una visione più completa del design e della sua capacità di trasmettere un'identità unica.
In sintesi, la crisi del lusso ha portato a una profonda evoluzione nel modo in cui le aziende si presentano al mercato, con un focus su una identità più radicata e un'attenzione maggiore alle esigenze dei clienti. Questo processo ha richiesto un equilibrio tra tradizione e innovazione, con aziende che cercano di mantenere il loro carattere distintivo senza abbandonare le opportunità offerte da nuovi mercati. Il futuro del lusso sembra dipendere non solo dalla capacità di creare prodotti di alta qualità, ma anche dalla capacità di costruire una narrazione che risponda alle aspettative di un pubblico sempre più diversificato. In questo contesto, il ruolo dei direttori creativi non è solo di disegnare abiti, ma di guidare una visione che unisca arte, business e tradizione.
Fonte: El País Articolo originale
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