Oliveti andalù tradizionali colpiti da coltivazioni superintensive: PAC e acqua in aumento
La situazione del settore olivicolo in Andalusia si sta trasformando in un dramma ambientale e sociale, con grandi fondi d'investimento e aziende agricole che stanno monopolizzando risorse fondamentali come le sovvenzioni pubbliche e l'acqua.
La situazione del settore olivicolo in Andalusia si sta trasformando in un dramma ambientale e sociale, con grandi fondi d'investimento e aziende agricole che stanno monopolizzando risorse fondamentali come le sovvenzioni pubbliche e l'acqua. Secondo un recente studio pubblicato da Greenpeace, il 10% del budget destinato alla Politica Agraria Comune (PAC) viene distribuito a pochi beneficiari, tra cui aziende e fondi che ricevono milioni di euro, mentre il 60% degli agricoltori riceve meno di 5 mila euro annuali. Questo squilibrio ha portato a una distorsione del mercato, con l'olivar superintensivo - che utilizza acqua in misura tripla rispetto a quello tradizionale - a sfruttare le risorse in modo esponenziale. L'analisi di Greenpeace mette in luce come questa evoluzione stia mettendo a rischio la sopravvivenza di migliaia di piccoli agricoltori, che vedono le loro aziende abbandonate a favore di modelli industriali che privilegiano i profitti a scapito della sostenibilità. La questione non riguarda solo Andalusia, ma rappresenta un fenomeno globale, con l'agribusiness che sta modificando radicalmente il volto del settore agricolo in tutto il mondo.
L'olivar superintensivo, che si estende su circa 130 mila ettari in Spagna, si basa su un modello che privilegia la produzione di massa, spesso a scapito della qualità e della biodiversità. Secondo i dati della campagna 2023-24, aziende come Atitlán e De Prado hanno ricevuto aiuti agricoli per oltre 2,4 milioni di euro, mentre fondi come Cibus Bingham Limited, acquisiti dal gruppo Innoliva, gestiscono quasi 4.800 ettari in Portogallo e Spagna. Questi numeri evidenziano una concentrazione di potere che ha reso il sistema agricolo spagnolo sempre più dipendente da investitori esterni, che non solo accedono a finanziamenti pubblici ma anche a concessioni idriche che permettono loro di mantenere la produzione anche in condizioni di siccità. Le normative recenti dei piani idrologici del Guadalquivir, che permettono dotazioni d'acqua fino a 3.500 metri cubi per ettaro e anno, hanno ulteriormente favorito questo modello, a discapito di quelle aziende che utilizzano l'acqua in modo tradizionale, con limiti inferiori a 1.500 metri cubi. Questa disparità ha creato un sistema in cui le aziende superintensive, nonostante consumino il doppio dell'acqua rispetto a quelle tradizionali, pagano lo stesso canone, alimentando una forma di sfruttamento che mette in pericolo l'equità del settore.
Il contesto del problema è legato a una trasformazione epocale del settore agricolo, guidata da una combinazione di fattori economici, tecnologici e normativi. Negli ultimi anni, il settore olivicolo è stato sconvolto da un'accelerazione dell'agribusiness, che ha trasformato l'olivo da coltura tradizionale in un prodotto industrializzato. Questo fenomeno è stato accelerato da una serie di politiche che hanno incentivato l'uso intensivo di acqua e di tecnologie di coltivazione, spesso a scapito di metodi sostenibili. Secondo l'Encuesta sobre Superficies y Rendimientos de Cultivos (Esyrce), nel 2024 l'olivar spagnolo si estendeva su 2,8 milioni di ettari, con il 6,23% di questi in un modello superintensivo che richiede un riego continuo. Questo modello, però, ha portato a una riduzione della diversità delle varietà di olivo, con una concentrazione su pochi tipi ultra produttivi, ma con un'incertezza sulla qualità dell'olio di oliva prodotto. Inoltre, la meccanizzazione ha ridotto drasticamente la necessità di manodopera, creando un sistema che privilegia i profitti a scapito del lavoro locale e della tradizione. Questo scenario ha reso il settore olivicolo uno dei settori più vulnerabili al rischio di estinzione delle piccole aziende, che non riescono a competere con aziende che operano su larga scala e con risorse finanziarie illimitate.
Le conseguenze di questa trasformazione sono profonde e si estendono a livello sociale, ambientale e economico. Per gli agricoltori tradizionali, la situazione è diventata insostenibile, con il rischio di abbandono di interi territori e la perdita di una cultura agricola radicata in Andalusia. Secondo Greenpeace, il 70% del olivar spagnolo è in secano, un modello che si rivela fragile di fronte alle condizioni climatiche estreme. Quando si verificano periodi di siccità, le aziende tradizionali vedono crollare la produzione, mentre quelle superintensive mantengono i rendimenti grazie all'accesso all'acqua. Questo fenomeno ha creato una disoccupazione crescente tra i contadini, che non riescono a trovare lavoro in un settore che ha visto aumentare la concentrazione del potere. Inoltre, l'aumento dei prezzi della terra, specie in regioni come Seville, ha reso impossibile per gli agricoltori di nuova generazione l'accesso a terreni, rendendo il settore sempre più elitario. Il risultato è un modello che privilegia i profitti a scapito della sostenibilità, con un impatto negativo su tutta la comunità rurale.
Per affrontare questa crisi, Greenpeace e altri movimenti sociali stanno chiedendo un ripensamento radicale delle politiche agricole. L'organizzazione ha avanzato proposte che includono la riforma delle sovvenzioni della PAC per destinare le risorse a agricoltori in attività e non a fondi d'investimento, la creazione di un sistema di gestione idrica sostenibile e l'attivazione di un modello di agricoltura familiare e sociale. In particolare, si chiede un ripartizione equa delle risorse idriche, con l'eliminazione delle concessioni che favoriscono il modello superintensivo e la promozione di un'agricoltura che rispetti l'ambiente e le esigenze dei territori. Inoltre, si propone la regolamentazione del mercato della terra per prevenire la formazione di oligopolii e garantire un accesso equo alle risorse. Queste richieste rappresentano un tentativo di riconquistare il controllo del settore olivicolo, tornando a un modello che valorizzi la sostenibilità, la diversità e la capacità di tutti gli agricoltori di contribuire al sistema produttivo locale. Se non si interviene, il rischio è che il modello attuale continui a dominare, con conseguenze irreversibili per l'ambiente e la comunità rurale.
Fonte: El País Articolo originale
Argomenti
Articoli Correlati
Prezzi delle case segnano nel 2025 il maggiore aumento dal 2007 con +12,7%
4 giorni fa
Prezzi diesel salgono di 15-20 centesimi in un mese, governo esclude rischio approvvio a breve
4 giorni faPeinado: la maggior parte dei collezionisti non hanno un Lamborghini
4 giorni fa