Glovo, stipendi scandalosi per 40mila rider: pm commissaria l'azienda
Milano. Il procuratore della Repubblica, Paolo Storari, ha disposto in via d'urgenza un controllo giudiziario per caporalato contro Foodinho, la società di consegna alimentare del colosso spagnolo Glovo.
Milano. Il procuratore della Repubblica, Paolo Storari, ha disposto in via d'urgenza un controllo giudiziario per caporalato contro Foodinho, la società di consegna alimentare del colosso spagnolo Glovo. L'inchiesta, condotta dai Carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano, ha evidenziato una serie di irregolarità nella gestione del lavoro dei rider, i ciclisti che effettuano le consegne per il delivery. Secondo gli accertamenti, circa 40 mila rider in tutta Italia, tra cui 2 mila a Milano, ricevono un compenso che spesso si colloca al di sotto della soglia di povertà. Questo scenario ha reso necessario un intervento legale per contrastare un sistema che, se confermato, violerebbe non solo la legge sul lavoro ma anche i principi costituzionali che garantiscono un'esistenza libera e dignitosa ai lavoratori. La misura, che dovrà essere esaminata da un giudice per le indagini preliminari entro dieci giorni, mira a prevenire ulteriori forme di sfruttamento e a garantire il rispetto delle norme vigenti.
L'indagine ha rivelato un quadro di condizioni di lavoro estremamente precarie, con stipendi che in alcuni casi si attestano al 76,95% della soglia di povertà e al 81,62% rispetto ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali. Secondo i dati analizzati, il 75% dei rider manca di circa 5.000 euro lordi all'anno per raggiungere un reddito considerato dignitoso, mentre l'87,5% percepisce retribuzioni inferiori a quelle previste dagli accordi sindacali. I guadagni, in alcuni casi, arrivano a essere ridotti di 12.000 euro rispetto ai valori stabiliti, un calo che colpisce non solo i redditi ma anche la capacità di sostenere spese quotidiane. La situazione è aggravata dal fatto che i rider, spesso stranieri, siano costretti a lavorare in condizioni estenuanti per mandare soldi nei Paesi d'origine, un aspetto che ha suscitato preoccupazioni sia tra i sindacati che tra i vertici del ministero del Lavoro.
L'ipotesi di caporalato, un reato che punisce l'abuso di potere per sfruttare i lavoratori, ha visto coinvolgere non solo l'amministratore unico Pierre Miquel Oscar, ma anche la società stessa, Foodinho. I Carabinieri hanno rilevato che i contratti sottoscritti dal sindacato Ugl e da Assodelivery, che dovrebbero proteggere i diritti dei rider, non sono stati rispettati. L'articolo 36 della Costituzione, che garantisce un salario adeguato alla qualità e alla quantità del lavoro, è stato citato come riferimento per la violazione delle norme. Inoltre, il caso di Sebastian, un rider morto a Firenze durante una consegna, ha acceso un dibattito sull'abbandono di un dipendente da parte di Glovo dopo la tragedia, un episodio che ha sottolineato le tensioni tra il sistema di gestione della società e la sicurezza dei lavoratori.
La decisione del pm Storari è parte di un contesto più ampio, in cui il lavoro non subordinato e le forme di collaborazione freelance hanno suscitato critiche per la loro flessibilità, spesso a scapito della tutela dei diritti. Il caso di Glovo si colloca in un panorama in cui, negli ultimi anni, sono emersi diversi episodi di sfruttamento, come quelli legati a Uber, che fu accusata di caporalato e si ritirò dal mercato italiano. La Procura di Milano ha affidato al commercialista Andrea Adriano Romanò il compito di stabilizzare i rider e adottare misure per evitare ripetizioni di comportamenti illegali. Romanò, nominato amministratore giudiziario, dovrà valutare l'organizzazione della società e intervenire per garantire che i rider non siano più esposti a condizioni di lavoro che violano le normative.
Le testimonianze raccolte durante l'inchiesta hanno evidenziato una realtà complessa, in cui i rider, pur lavorando per ore al giorno, ricevono un compenso insufficiente. Molti di loro, come un uomo afghano, hanno dichiarato di sentirsi ingiustamente retribuiti per l'efforto fisico richiesto, soprattutto in condizioni climatiche avverse. I dati sulla privacy, cancellati da Glovo su indicazione del proprio responsabile dati, hanno complicato l'accesso a informazioni cruciali per valutare le retribuzioni e i contributi. Questo atteggiamento, però, è stato messo in discussione da alcuni legali, che hanno sostenuto che la mancata produzione di documenti non sia plausibile, in quanto i dati erano già disponibili in un'altra causa. La situazione ha sollevato interrogativi su come le aziende gestiscano i rapporti con i lavoratori e se la privacy non sia usata come scusa per evitare responsabilità legali. L'inchiesta, quindi, non solo riguarda le condizioni di lavoro, ma anche la trasparenza e la correttezza delle pratiche aziendali.
Fonte: La Stampa Articolo originale
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