11 mar 2026

Mangiare Kosher al cuore della Siria: Zuccotto di agnello ma senza yogurt

Nel cuore della capitale siriana, Damasco, una cucina dedicata ai cibi kosher ha aperto le porte per la prima volta dopo decenni di silenzio.

10 febbraio 2026 | 14:41 | 5 min di lettura
Mangiare Kosher al cuore della Siria: Zuccotto di agnello ma senza yogurt
Foto: The New York Times

Nel cuore della capitale siriana, Damasco, una cucina dedicata ai cibi kosher ha aperto le porte per la prima volta dopo decenni di silenzio. Il ristorante Royal Semiramis, un hotel storico situato in una zona centrale della città, ha accolto il primo evento con un menu ispirato alla cucina siriana ma rispettoso delle norme alimentari ebraiche. La presenza di un chef, Abd Alrahman Qahwahji, e di un team di cuochi addestrati per preparare cibi kosher ha segnato un passo significativo nella riabilitazione di un'identità culturale e religiosa che, dopo decenni di emigrazione, sembra tornare a prendere forma. Questo fenomeno non è solo un simbolo di riconciliazione, ma un segnale di un Paese in trasformazione, dove la fine del regime di Bashar al-Assad ha creato spazi per nuove opportunità, anche per comunità marginalizzate. La presenza di cibi kosher in un Paese dove la maggioranza della popolazione è musulmana rappresenta un'eccezione rara, ma non del tutto inaspettata, data la storia complessa della comunità ebraica siriana.

La cucina kosher nel Royal Semiramis è nata da un'idea di Joseph Jajati, un imprenditore ebraico siriano che ha vissuto lontano dalla sua patria per gran parte della sua vita. Jajati, 32 anni, era stato costretto a lasciare Damasco quando aveva appena due anni, quando la famiglia si era trasferita a New York. Tornato in Siria per la prima volta da anni, ha organizzato un viaggio per un gruppo di ebrei interessati a visitare il Paese e ha visto l'opportunità di creare un'esperienza culinaria unica. L'idea di un ristorante kosher è nata durante un incontro con il proprietario dell'hotel, Mounzer Nazha, che ha accolto l'idea con entusiasmo. Jajati ha portato con sé carne kosher da New York, fornendo al ristorante gli strumenti necessari per rispettare le norme alimentari ebraiche. L'evento di Hanukkah, il 25 dicembre, è stato il primo passo verso un'esperienza completa, con cibi preparati in modo da soddisfare le esigenze di un pubblico ristretto ma significativo.

La presenza di una cucina kosher in Siria non è un fenomeno isolato, ma parte di un contesto più ampio. La comunità ebraica siriana, una volta fiorente, era stimata in circa 30.000 persone, distribuite tra Damasco, Aleppo e altre città. La guerra civile, iniziata nel 2011, ha causato un esodo massiccio, con la maggior parte dei membri della comunità che si sono spostati in Israele, in America o in Europa. Negli anni 1990, la situazione si è aggravata, con la diaspora che ha abbandonato il Paese per motivi di sicurezza e opportunità economiche. Oggi, solo poche decine di ebrei siriani vivono in Damasco, con la maggior parte concentrata in Israele. La decisione di tornare a visitare il Paese ha creato un bisogno di servizi specifici, tra cui un ristorante kosher, un macellaio e un'area dedicata alla preghiera. Questo ha portato a un'attenzione crescente su come ricostruire un'identità religiosa e culturale, anche se i dettagli pratici, come la gestione delle proprietà abbandonate, rimangono complessi.

La riconquista di proprietà e luoghi sacri rappresenta un altro aspetto cruciale del ritorno della comunità ebraica siriana. Joseph Jajati, durante un viaggio in Siria nel gennaio 2026, ha visitato la sinagoga Elfranj, una struttura che risale al XV secolo e che era stata chiusa durante il regime di Assad. La sinagoga, situata nel quartiere storico di Damasco, era stata gestita da un comitato governativo sotto il Ministero degli Esteri, con restrizioni sull'accesso. Jajati ha espresso frustrazione per la mancanza di libertà nel gestire i propri beni, ricordando come, durante il regime, era stato costretto a chiedere autorizzazioni per visitare luoghi sacri. La situazione attuale sembra ripetere alcuni aspetti del passato, con il governo che sembra non voler facilitare la completa riconquista della comunità. Tuttavia, la presenza di un ristorante kosher e l'interesse per la restaurazione delle sinagoghe indicano un tentativo di ripristinare un'identità persa per decenni.

La presenza di cibi kosher a Damasco non è solo un simbolo di riconciliazione, ma un segnale di un Paese in cerca di una nuova identità. La decisione di creare un ambiente dedicato a una comunità minoritaria rappresenta un passo verso la diversificazione culturale e religiosa, anche se i rischi di una gestione impropria o di un'assimilazione troppo rapida rimangono. La comunità ebraica siriana, pur piccola, ha un ruolo simbolico, con la sua storia legata alla civiltà araba e alla tradizione ebraica. La coesistenza di un ristorante kosher con un'offerta turistica tradizionale potrebbe diventare un modello per altre città in cerca di attrazioni uniche. Tuttavia, il futuro dipende anche dalle capacità del governo di gestire i diritti di proprietà e di proteggere la libertà religiosa. Per i membri della comunità, il ritorno in Siria non è solo un'opportunità economica, ma un modo per riconnettersi con un passato che ha lasciato un'impronta indelebile. La strada è lunga, ma i primi passi sembrano indicare una volontà di rinnovamento.

Fonte: The New York Times Articolo originale

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