Jesús G. Maestro, docente e autore: La felicità è uno dei prodotti più redditizi del nostro tempo
La promessa della felicità si respira in ogni angolo della società: dai messaggi motivazionali sui social network alle pubblicità che promettono una vita migliore, passando per i discorsi politici e gli editoriali di giornali.
La promessa della felicità si respira in ogni angolo della società: dai messaggi motivazionali sui social network alle pubblicità che promettono una vita migliore, passando per i discorsi politici e gli editoriali di giornali. Questa idea, così diffusa, è diventata quasi un dovere morale: essere felici è un obiettivo quasi istintivo, tanto che chi non lo è viene spesso giudicato inadeguato. Tuttavia, questa visione si scontra con una realtà paradossale: nonostante le comodità materiali e le libertà di scelta disponibili, i problemi legati all'ansia, alla frustrazione e al malestar psicologico crescono in modo esponenziale. Questo fenomeno, per il professor Jesús G. Maestro, cattedratico di Letteratura all'Università di Vigo e autore de El fracaso de la felicidad (HarperCollins, 2026), non è casuale ma rappresenta un'evoluzione del sistema economico moderno, che non vende solo beni fisici ma anche emozioni, rendendo la felicità uno dei suoi prodotti più ricchi di profitto.
La critica di Maestro si concentra su come la cultura contemporanea abbia trasformato la felicità in un prodotto vendibile, spesso a scapito della verità. Secondo l'autore, la società contemporanea si basa su un modello economico in cui ogni aspetto della vita, inclusi i sentimenti, viene valutato in termini di mercato. Questo ha portato a una situazione in cui la felicità non è più un risultato naturale del vivere, ma un obiettivo costante da raggiungere attraverso l'acquisto di servizi, prodotti o esperienze. Tuttavia, questa visione è contraddetta da un dato inquietante: nonostante i progressi tecnologici e i miglioramenti del benessere materiale, le malattie mentali sono aumentate in modo esponenziale, diventando quasi una pandemia del XXI secolo. Questo dato solleva una domanda cruciale: qual è il problema? La risposta di Maestro è chiara: non basta sentirsi felici, ma bisogna avere ragioni oggettive per esserlo. La felicità, quando diventa un obiettivo permanente, si trasforma in una promessa impossibile, che genera frustrazione e insoddisfazione.
Il contesto di questa critica si radica in un'evoluzione del mercato che ha ampliato il suo campo d'azione fino a includere anche le emozioni. Negli ultimi decenni, la società ha visto emergere un'industria dell'autoaiuto, che promette di risolvere problemi psicologici attraverso libri, corsi e terapie. Questo settore, però, non solo non risolve i problemi, ma li alimenta, offrendo soluzioni transitorie che non toccano le radici dei conflitti. L'autore sottolinea come la felicità venga spesso venduta come un prodotto, con promesse di soddisfazione immediata, ma senza un'azione reale per migliorare le condizioni di vita. Questo modello, però, non si limita alle industrie: si riflette anche nel modo in cui le persone si relazionano, aspettandosi da ogni rapporto un'esperienza di benessere costante. La conseguenza è una serie di relazioni fragili, basate su un'aspettativa di soddisfazione immediata, che non tiene conto dei limiti e delle complessità della vita reale.
L'analisi di Maestro rivela come questa cultura della felicità abbia generato una serie di conseguenze negative, sia individuali che sociali. La pressione per essere sempre felici ha creato un ambiente in cui ogni problema viene interpretato come un fallimento personale, aumentando la sofferenza psicologica. Inoltre, l'idea che la felicità sia un diritto universale ha ridotto la capacità delle persone di affrontare le difficoltà, trasformando la vita in una serie di aspettative irreali. Questo modello ha anche influenzato il mondo del lavoro, dove il concetto di "salario emotivo" viene usato per mascherare una retribuzione insufficiente. Secondo l'autore, questo è un tentativo di disfregare la realtà, poiché il lavoro deve essere pagato con denaro, non con emozioni. L'industria dell'autoaiuto, invece, si basa su un modello di pensiero che non risolve i problemi, ma li sfrutta per guadagnare. Questo sistema, però, non solo non aiuta le persone, ma le rende più vulnerabili, poiché non fornisce strumenti reali per affrontare le sfide della vita.
Il dibattito intorno alla felicità non si ferma qui. Il professor Maestro, con la sua critica, ha riacceso un dibattito importante: la felicità non è un diritto universale, ma un risultato del lavoro, della solidarietà e della capacità di affrontare le difficoltà. La sua proposta è di riscattare il valore della letteratura e della critica, che possono offrire strumenti per comprendere meglio la complessità della vita. Questo approccio, però, richiede un cambiamento di mentalità: smettere di vedere la felicità come un prodotto da acquistare, e iniziare a riconoscere che la vita è fatta di momenti buoni e cattivi, di successi e fallimenti. Solo in questo modo, secondo l'autore, si può costruire una società più equa e più umana, in cui la felicità non è un'obbligazione, ma un'esperienza che si costruisce attraverso l'impegno, la condivisione e la capacità di vivere in modo autentico.
Fonte: El País Articolo originale
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