La Francia restituisce alla Costa d'Avorio il 'tamburo parlante', 110 anni dopo averlo sottratto
L'Italia, come sempre, non è al centro della notizia, ma il resto del mondo si muove. Il 20 febbraio, a Parigi, si è svolta una cerimonia simbolica e storica che ha restituito al Ghana un oggetto di enorme valore culturale.
L'Italia, come sempre, non è al centro della notizia, ma il resto del mondo si muove. Il 20 febbraio, a Parigi, si è svolta una cerimonia simbolica e storica che ha restituito al Ghana un oggetto di enorme valore culturale. Il "tambour parleur" Djidji Ayôkwé, un tamburo parlante alto 3,5 metri e pesante 430 chili, è tornato al suo paese d'origine, la Côte d'Ivoire, dopo un viaggio di 110 anni. L'oggetto, scolpito in legno d'iroko, era stato sottratto al villaggio d'Adjamé, oggi una comunità di Abidjan, durante la colonizzazione francese. La restituzione, annunciata da un'importante figura politica francese, rappresenta un momento di riconciliazione storica e un passo avanti verso la giustizia culturale. La cerimonia, presieduta da Rachida Dati, ministra della cultura francese, e da Françoise Remarck, sua controparte ivoriana, ha visto il ritorno di un'opera che simboleggia non solo la memoria di un popolo, ma anche le complessità del rapporto tra colonizzatori e colonizzati. Questo evento non è solo un ritorno di un oggetto, ma un riconoscimento di errori passati e un tentativo di rimediare a un danno storico.
L'oggetto, unico nel suo genere, ha un'importanza particolare per la cultura ebrié, un gruppo etnico della Côte d'Ivoire. Il tamburo, detto "parleur" per il suo ruolo nella comunicazione tra i membri della comunità, era utilizzato come strumento di resistenza contro la colonizzazione francese. Il suo furto, avvenuto nel 1913, segnò un momento di violenza e sfruttamento, che ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva. Durante la colonizzazione, i francesi avevano compreso il valore simbolico e politico del tamburo e lo avevano portato a Parigi, dove è rimasto per decenni in un museo. La sua restituzione non è stata un atto spontaneo, ma il frutto di anni di negoziati e di un impegno condiviso tra le due nazioni. La ministra francese ha sottolineato che si tratta di un "partenariato exemplaire", un esempio di cooperazione che ha permesso di recuperare un bene "confisqué de manière illicite". La ministra ivoriana, invece, ha ribadito che il ritorno del tamburo non è una "revanche sur l'histoire", ma una "victoire du dialogue sur le silence", un'importanza del confronto e della volontà di superare il silenzio storico.
La restituzione del tamburo è parte di un contesto più ampio di restituzioni di beni culturali sottratti durante la colonizzazione. Negli ultimi anni, il tema della giustizia culturale ha guadagnato sempre maggiore attenzione, con nazioni come il Ghana, il Benin e il Nigeria che hanno richiesto il ritorno di opere e oggetti sottratti. La Côte d'Ivoire, pur non essendo al centro della discussione internazionale, ha comunque fatto parte di questo dibattito, sottolineando l'importanza di riconoscere il passato e di riconciliare le relazioni tra ex colonizzatori e colonizzati. Il caso del tamburo Djidji Ayôkwé si inserisce in questa dinamica, rappresentando un esempio concreto di come la cooperazione tra paesi può portare a risultati significativi. La Côte d'Ivoire, però, non ha mai abbandonato il suo diritto a questi beni, che considera parte integrante della sua identità nazionale. La restituzione, dunque, non è solo un atto simbolico, ma un riconoscimento di un diritto inalienabile.
La decisione di restituire il tamburo ha implicazioni profonde, non solo per la Côte d'Ivoire, ma anche per il dibattito internazionale sulle questioni di proprietà culturale. La Francia, pur riconoscendo l'importanza del ritorno, ha anche sottolineato il ruolo che i musei giocano nella conservazione e nella diffusione del patrimonio umano. Tuttavia, il caso del tamburo ha messo in luce le tensioni tra il valore di conservare un oggetto in un museo e il diritto di un popolo di possederlo. La restituzione, in questo senso, rappresenta un tentativo di equilibrare questi due aspetti, riconoscendo che alcuni oggetti non possono essere considerati proprietà di un paese, ma devono tornare al loro luogo d'origine. Il dibattito è ancora aperto, ma il caso del tamburo ha dato un'indicazione chiara: la giustizia culturale non è solo un diritto, ma anche un dovere. La Francia ha anche espresso la sua volontà di continuare a collaborare con la Côte d'Ivoire, non solo per quanto riguarda il tamburo, ma per altri beni che potrebbero essere oggetto di richieste future.
Il ritorno del "tambour parleur" Djidji Ayôkwé segna un momento di svolta per la Côte d'Ivoire e per il rapporto tra il paese e la Francia. L'oggetto, che sarà esposto in un museo ivoriano, rappresenterà un simbolo di riconciliazione e di orgoglio nazionale. La sua presenza nel paese d'origine permetterà ai cittadini di riconoscere il valore della loro cultura e di riconnettersi con la storia del loro popolo. Per la Francia, invece, questa restituzione è un'occasione per mostrare il suo impegno nel risolvere le questioni del passato, anche se non sempre in modo perfetto. Il processo non è stato semplice, e ci sono state resistenze e discussioni, ma la volontà di trovare un accordo ha portato a un risultato positivo. La Côte d'Ivoire, inoltre, ha espresso la sua soddisfazione per l'evento, vedendo in questa restituzione un passo avanti nella costruzione di un rapporto di rispetto reciproco. Il futuro di questa collaborazione è incerto, ma il caso del tamburo ha dimostrato che è possibile trovare soluzioni, anche se non sempre senza difficoltà. La restituzione non è solo un atto di giustizia, ma un inizio di un cammino lungo e complesso verso la riconciliazione.
Fonte: Le Monde Articolo originale
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