11 mar 2026

Josefina Castellví, la donna che amava i pinguini

Josefina Castellví, direttrice della base spagnola in Antartide, è deceduta a novanta anni, lasciando un vuoto nella comunità scientifica e un'eredità di dedizione verso la natura e i pingui, simboli di equità per lei. La sua passione per i pingui e la sua carriera pionieristica nella ricerca polare la rendono un'icona di scienza e umanità.

05 febbraio 2026 | 19:58 | 5 min di lettura
Josefina Castellví, la donna che amava i pinguini
Foto: El País

Josefina Castellví, la storica direttrice della base spagnola in Antartide, è deceduta all'età di novanta anni, lasciando un vuoto che non si misura solo nei ricordi di chi l'ha conosciuta, ma in un'intera comunità scientifica e in una natura che, per lei, era un libro aperto. La sua morte ha scatenato un'ondata di commozione, tanto per il suo contributo alla ricerca polare quanto per l'affetto che nutriva verso gli animali che abitavano il continente più remoto della Terra. Tra i tanti ricordi, uno rimane particolarmente significativo: la sua passione per i pingui, che non era solo un interesse scientifico, ma un legame profondo che la legava al cuore dell'Antartide. I pingui, per lei, erano non solo un soggetto di studio, ma un simbolo di equità, vitalità e unicità. La sua collezione di oltre duecento figurine di pingui, custodita in una vitrina del suo appartamento a Barcellona, è diventata un'eredità tangibile del suo lavoro e della sua umanità. La sua morte, dunque, non solo ha lasciato un vuoto nella comunità scientifica, ma ha anche cancellato un'icona di dedizione e curiosità verso la natura estrema.

La vita di Josefina Castellví si intreccia con la storia della ricerca polare in modo inedito. Biologa e oceanografa, era una pioniera in un campo che, fino a poco tempo prima, era dominato da esploratori che si misuravano con il freddo e le sfide della natura selvaggia. Tuttavia, Castellví non si riconosceva in quella tradizione eroica, che lei considerava obsoleta e legata a figure come Amundsen o Scott. Per lei, la scienza era un'attività moderna, fondata su dati, tecnologie e collaborazioni internazionali. La sua carriera, però, non fu mai distaccata dalla passione per il territorio che studiava. Fu la prima donna a dirigere una base spagnola in Antartide, un ruolo che le permise di vivere da vicino le sfide del continente bianco. Tra i ricordi più vividi del suo lavoro, c'è la descrizione del rumore del ghiaccio che si rompeva, un suono che lei associava alla "vera musica" dell'Antartide, mentre gli altri lo sentivano come un segnale di pericolo. Questo dettaglio, raccontato in un documentario prodotto da Albert Solé, ne sottolinea l'unicità: non solo una scienziata, ma una donna che trovava nella natura un linguaggio che pochi comprendevano.

La sua passione per i pingui era un elemento distintivo del suo carattere. Non solo li studiava, ma li amava come se fossero amici. Nelle sue parole, i pingui erano esemplari di uguaglianza, poiché non esistevano gerarchie tra di loro, e vivevano in un'armonia che lei riteneva unica. Tuttavia, non si limitava a osservarli da lontano. Nei giorni di riposo, si recava in una pingüinera vicina alla base per osservarli da vicino, anche se non si nascondeva il fatto che il loro habitat aveva un odore che lei descriveva come "simile a un gallinero". Questo dettaglio, però, non le impediva di amarli. Anzi, rifiutava categoricamente l'idea che alcuni studi avessero suggerito una "vita depravata" per i pingui, un'ipotesi che lei considerava un'assurdità. Il suo impegno per la protezione di questi animali fu anche un modo per difendere la loro reputazione, che per lei era legata a una natura pura e incontaminata.

Il suo lavoro fu riconosciuto non solo per la sua scientificità, ma anche per il suo spirito di collaborazione. Fu una delle prime donne a occupare un ruolo di leadership in una base antartica, un'esperienza che le permise di gestire un team di undici uomini, un numero che lei considerava "nessun problema", grazie alla sua capacità di organizzare e motivare. Tuttavia, la sua carriera non fu sempre senza ostacoli. Arrivò in Antartide per sostituire un dirigente malato, un ruolo che lei accettò con determinazione, anche se non senza un po' di timore. Il suo approccio alla gestione del team fu ispirato a Shackleton, il famoso esploratore che mantenne uniti i suoi uomini anche in situazioni estreme. Questo ideale di collaborazione e solidarietà fu il filo che legò le sue esperienze in Antartide, un'esperienza che lei non solo viveva, ma raccontava con emozione, come se fosse un'opera d'arte.

La sua eredità si estende ben oltre la scienza. Il documentario Los recuerdos del hielo, prodotto da Albert Solé, è un omaggio al suo lavoro e alla sua visione del mondo. In quel film, si vede il módulo laboratorio della base antartica, ricostruito in un ambiente più ospitale, dove Castellví si sentiva a casa. Tuttavia, il ricordo più intenso rimane quello dei pingui, i cui esemplari erano troppo grandi per essere portati via, lasciando una sorta di dolce inquietudine. La sua morte non ha cancellato il suo contributo, ma ha reso più evidente la mancanza di una figura che univa scienza, passione e umanità. Chi l'ha conosciuta sa che il suo spirito vive nel ricordo di chi l'ha amata, e in quelle storie che raccontava con una voce che non si smarriva mai. Il suo nome, infine, è diventato un simbolo di dedizione, un'icona di una scienza che non si limita ai dati, ma cerca di comprendere l'intero universo.

Fonte: El País Articolo originale

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