11 mar 2026

Javier Bardem, Tilda Swinton, Paul Laverty e Adam McKay tra i 80 firmatari di una lettera contro la Berlinale per il silenzio su Gaza e la censura agli artisti

La Berlinale, uno dei festival cinematografici più prestigiosi al mondo, ha visto scendere in campo un dibattito acceso tra artisti e professionisti del settore che hanno firmato una lettera aperta destinata al festival.

18 febbraio 2026 | 05:55 | 4 min di lettura
Javier Bardem, Tilda Swinton, Paul Laverty e Adam McKay tra i 80 firmatari di una lettera contro la Berlinale per il silenzio su Gaza e la censura agli artisti
Foto: El País

La Berlinale, uno dei festival cinematografici più prestigiosi al mondo, ha visto scendere in campo un dibattito acceso tra artisti e professionisti del settore che hanno firmato una lettera aperta destinata al festival. La missiva, pubblicata sulla rivista Variety, condanna l'"inazione" del festival di fronte al conflitto in Gaza e la "censura" di chi ha osato parlare dell'argomento. Tra i firmatari ci sono nomi di rilievo come Tilda Swinton, Javier Bardem, Ben Russell, Brian Cox, Adèle Haenel, Ariane Labed, Carice Van Houten, Charlie Shackleton, Tatiana Maslany, Peter Mullan e Tobias Menzies, nonché registi come Mike Leigh, Nina Menkes, Camilo Restrepo, Lukas Dhont, Sepideh Farsi, Shirin Neshat, Nan Goldin, Fernando Meirelles, Hany Abu Assad, Miguel Gomes, Tyler Taormina e Adam McKay. La lettera esprime disappunto per l'atteggiamento di Wim Wenders, presidente del giurato della 76ª edizione del festival, il quale aveva rifiutato di commentare il ruolo del festival nella politica e la sua collaborazione con l'Israele. I firmatari sostengono che non si può separare arte e politica e che la Berlinale dovrebbe prendere una posizione chiara contro i crimini commessi in Gaza.

La polémica ha avuto inizio durante una conferenza stampa del 17 gennaio, quando un blogger ha posto una domanda a Wenders sul rapporto tra il sostegno tedesco all'Israele e la libertà di espressione del festival. Wenders ha risposto affermando che il festival deve rimanere neutrale e non dovrà prendere posizioni politiche, sottolineando che il suo compito è "fare il lavoro della gente, non dei politici". Questa affermazione ha suscitato reazioni forti, in quanto contrasta con la posizione della Berlinale nei confronti dei popoli ucraini e iraniani, per i quali il festival ha sempre espresso solidarietà. I firmatari della lettera criticano tale visione, sottolineando che la Berlinale non può ignorare la situazione di sofferenza dei palestinesi e che il silenzio è una forma di complicità. Inoltre, si riferiscono a un episodio del 2024, in cui cineastas che avevano espresso sostegno alla causa palestinese sono stati reprimati da parte dei programatori del festival.

Il contesto del dibattito si colloca all'interno di un contesto globale in cui il cinema ha sempre giocato un ruolo cruciale nel dibattito politico. Negli ultimi anni, il settore ha visto una crescita del numero di artisti che si impegnano a favore di cause sociali e umanitarie, con un numero crescente di professionisti che rifiutano di collaborare con aziende o istituzioni israeliane per il loro ruolo nella guerra in Gaza. La lettera aperta rappresenta una posizione forte in un settore che ha sempre sostenuto la libertà di espressione, ma che ora si trova a fronteggiare una crisi di valori. La Berlinale, che si presenta come un evento di dialogo e confronto culturale, deve ora affrontare le conseguenze di una politica che, sebbene abbia sostenuto popoli in sofferenza in passato, non ha mai espresso una posizione chiara su un conflitto così drammatico come quello in Palestina.

L'analisi del dibattito rivela una profonda contrapposizione tra due visioni del ruolo del cinema: da un lato, la prospettiva di chi ritiene che l'arte debba rimanere distaccata dalla politica e che il festival debba concentrarsi solo sulla qualità artistica; dall'altro, la prospettiva di chi sostiene che il cinema non può ignorare le questioni di giustizia e diritti umani. La lettera aperta mette in luce come la Berlinale, pur essendo un evento di alto livello, sia diventato un simbolo di una politica culturale che, sebbene abbia sostenuto cause importanti in passato, non abbia mai espresso una posizione chiara su un conflitto così complesso e drammatico. Le conseguenze di questa posizione potrebbero essere significative, non solo per il festival, ma anche per l'intero settore cinematografico, che si trova a dover affrontare una crisi di valori e di responsabilità.

La Berlinale, al centro di un dibattito che coinvolge l'intera industria cinematografica, dovrà affrontare le richieste di chi chiede una posizione chiara e un impegno concreto a favore della giustizia. La lettera aperta rappresenta una voce forte che richiede un cambiamento nella politica del festival e nel modo in cui si relaziona con i temi di giustizia e diritti umani. L'impatto di questa posizione potrebbe estendersi al di fuori del festival, influenzando anche il modo in cui il cinema si confronta con le questioni sociali e politiche. La Berlinale, che si presenta come un evento di dialogo e confronto culturale, deve ora affrontare le conseguenze di una politica che, sebbene abbia sostenuto popoli in sofferenza in passato, non ha mai espresso una posizione chiara su un conflitto così drammatico come quello in Palestina. La risposta del festival, che si è già dichiarata in difesa della sua indipendenza, potrebbe segnare un punto di svolta per il ruolo del cinema nel dibattito politico globale.

Fonte: El País Articolo originale

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