Giappone: test estrazione mare successo fango prezioso
Giappone completa con successo l'estrazione di terre rare da fondali oceanici, un passo chiave per ridurre la dipendenza dalle esportazioni cinesi. La sperimentazione, però, solleva preoccupazioni ambientali e rimane un'esperienza iniziale.
Japan ha compiuto un passo significativo nel complesso e controverso ambito della miniera dei fondali oceanici per estrazione di minerali preziosi, un settore che potrebbe rivoluzionare la supply chain globale delle materie prime critiche per tecnologie come veicoli elettrici, smartphone e equipaggiamenti militari. La missione, condotta da un team di scienziati in prossimità dell'isola remota di Minamitorishima, ha permesso di recuperare una miscela di fango ricca di terre rare, estratta da una profondità di 6.000 metri sotto il livello del mare. La scienza ha definito questa operazione come un "primo mondiale", un traguardo che potrebbe permettere a Giappone di ridurre la sua dipendenza dagli approvvigionamenti cinesi, che dominano attualmente il mercato globale delle terre rare. Il primo ministro Sanae Takaichi ha sottolineato l'importanza della sperimentazione, auspicando che questa tecnologia possa trasformarsi in una fonte sostenibile per le industrie tecnologiche e delle difese. La ricerca, che si svolge in acque territoriali giapponesi, è parte di un progetto ambizioso che ha richiesto sette anni di lavoro e un investimento di 40 miliardi di yen (circa 255 milioni di dollari), guidato dall'Agence japonaise pour les sciences et technologies de la mer et de l'espace (JAMSTEC).
La realizzazione di questa operazione rappresenta un'importante evoluzione rispetto alle precedenti tentative di miniera oceanica, che non hanno mai raggiunto il livello di successo attuale. Il team ha utilizzato un sistema di estrazione basato su pompe, che permette di recuperare strati di fango situati a pochi metri sotto la superficie del fondo marino, un'innovazione tecnologica che ha richiesto anni di sviluppo. Il fango estratto contiene elementi come yttrio, europio, terbio e disprosio, necessari per la produzione di dispositivi elettronici e materiali magnetici. La sperimentazione, che si concluderà il 15 febbraio, mira a testare la capacità del sistema di raccogliere il materiale, piuttosto che quantità commercialmente significative. Gli scienziati hanno precisato che l'obiettivo è raggiungere la capacità di recuperare centinaia di tonnellate di sedimenti al giorno entro l'anno prossimo. Tuttavia, il progetto rimane un esperimento iniziale, poiché la sostenibilità economica del settore dipende da condizioni estremamente specifiche, come la possibilità di recuperare almeno 3.500 tonnellate di sedimento al giorno e la stabilità dei prezzi dei minerali.
L'ambizione giapponese si colloca in un contesto globale segnato da tensioni economiche e strategiche. La dipendenza di Giappone dalle esportazioni cinesi di terre rare è un problema di lunga data, che ha spinto il paese a cercare alternative. Dopo che la Cina ha ridotto le esportazioni di alcuni minerali nel 2022, Giappone ha rafforzato collaborazioni con gli Stati Uniti e l'Unione Europea, cercando di diversificare la sua supply chain. Il governo americano, da parte sua, ha reso la miniera oceanica una priorità, accelerando l'emissione di permessi commerciali per aziende interessate a esplorare le acque internazionali, un piano che ha suscitato critiche da parte di diversi paesi. Tuttavia, il progetto giapponese si svolge in acque territoriali, dove non è necessario un permesso internazionale, permettendo una maggiore libertà di azione. Al contrario, Paesi come Papua Nuova Guinea e Norvegia hanno esplorato la possibilità di miniera oceanica, ma i loro progetti sono stati bloccati da questioni legali e ambientali.
L'espansione della miniera oceanica solleva preoccupazioni significative riguardo agli impatti ambientali. Scienziati e ambientalisti hanno espresso preoccupazione per il potenziale danno ai ecosistemi profondi, che potrebbero essere compromessi da attività di estrazione come il sollevamento di sedimenti o la contaminazione. Studi recenti indicano che la biodiversità del fondo marino potrebbe ridursi del 30 per cento a causa dell'estrazione di noduli metallici, che contengono metalli come nichel, cobalto e rame. Nonostante le promesse di alcuni sostenitori, che vedono nella miniera oceanica un'alternativa alle miniere terrestri, associate a problemi ambientali e abusi dei diritti umani, gli esperti evidenziano che la tecnologia necessaria per rendere questa industria sostenibile è ancora in fase di sviluppo. Inoltre, il costo elevato e la complessità tecnologica rendono il settore poco attraente per investitori. Giappone ha cercato di mitigare i rischi, implementando un sistema di monitoraggio che segue le attività della nave e analizza le variazioni ambientali in tempo reale, ma la completezza delle informazioni sulle conseguenze è ancora limitata.
La sperimentazione giapponese segna un passo avanti, ma il futuro della miniera oceanica rimane incerto. Sebbene l'obiettivo di Giappone sia di testare la tecnologia e valutare la sua fattibilità economica, il progetto non risolve i problemi fondamentali del settore. La riduzione della dipendenza dalle esportazioni cinesi richiede un'alternativa sostenibile, ma la miniera oceanica non è ancora pronta a diventare una soluzione globale. I Paesi interessati devono affrontare il dilemma tra l'accesso a risorse strategiche e la protezione dell'ambiente marino, un equilibrio che richiede un accordo internazionale. L'International Seabed Authority, che gestisce le regole per le acque internazionali, ha ancora da definire le norme commerciali, un processo che potrebbe influenzare il futuro di questa industria. Per Giappone, il successo del progetto potrebbe aprire nuove opportunità, ma il confronto con le sfide ambientali e tecnologiche rimane un'impresa complessa, che richiederà anni di ricerca e collaborazione globale.
Fonte: The New York Times Articolo originale
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