Uccelli contaminati da petrolio dell'Erika 1999 trovati in Finistère
Un gruppo di uccelli coperti di petrolio, i cui resti presentano similitudini con il carburante rilasciato dal petrolatore Erika nel 1999, è stato ritrovato sulle coste del Finistère, nel nord-ovest della Francia.
Un gruppo di uccelli coperti di petrolio, i cui resti presentano similitudini con il carburante rilasciato dal petrolatore Erika nel 1999, è stato ritrovato sulle coste del Finistère, nel nord-ovest della Francia. L'annuncio è stato dato giovedì 29 gennaio dall'Agence France-Presse, in collaborazione con il Centro di documentazione, ricerca e sperimentazione sulle pollutioni accidentali delle acque (Cedre), che ha confermato la presenza di uccelli mazoutati. Tra i ritrovati figurano pinguini torda e guillemoti di Troïl, individuati principalmente nelle aree di Fouesnant, Plouhinec, Pouldreuzic e Saint-Guénolé. L'analisi delle penne è stata avviata dal Cedre, che ha già esaminato due campioni e dovrà proseguire con ulteriori test. L'ipotesi di un collegamento con l'incidente dell'Erika ha suscitato preoccupazioni, sebbene gli esperti non possano affermare con certezza una corrispondenza perfetta.
L'analisi del Cedre ha evidenziato forti somiglianze tra il petrolio che ha interessato gli uccelli ritrovati e quello rilasciato dal Erika durante la sua sommersione. Nicolas Tamic, vice direttore del Cedre, ha spiegato che le caratteristiche del carburante non si adattano perfettamente, poiché il petrolio si degrada nel tempo. Dopo ventidue anni dalla tragedia, il carburante potrebbe aver subito modifiche chimiche, rendendo più complessa l'identificazione. Tuttavia, i dati iniziali suggeriscono un'alta probabilità di un legame. Gli esperti hanno anche sottolineato che il carburante residuale, non completamente recuperato all'epoca, potrebbe essere stato rilasciato nuovamente a causa di movimenti oceanici o eventi climatici. Questo scenario solleva preoccupazioni sull'impatto ambientale di residui petroliferi che, pur essendo inattivi per decenni, potrebbero tornare in superficie.
L'incidente del Erika rimane uno dei più gravi episodi di inquinamento marino nella storia europea. Il petrolatore, affrancato da Total, ha sommerso il 12 dicembre 1999, rilasciando circa 20.000 tonnellate di carburante pesante, che hanno contaminato 400 chilometri di costa francese. La crisi ha causato la morte di circa 150.000 a 300.000 uccelli, tra cui numerose specie protette. L'operazione di bonifica ha visto il recupero di gran parte del petrolio, ma alcuni residui sono rimasti intrappolati nel fondale marino, a circa 120 metri di profondità. Questi resti, spesso chiamati "impompabili", rappresentano un rischio persistente, poiché possono essere rilasciati in superficie in seguito a eventi naturali come uragani o correnti marine. La situazione del Finistère ricalca quindi una realtà che si è ripetuta in diversi punti del Mediterraneo e dell'Atlantico.
Le implicazioni di questa scoperta sono di portata significativa, soprattutto per la salute degli ecosistemi marini e la protezione delle specie vulnerabili. Il ritrovamento di uccelli mazoutati a distanza di ventidue anni dal Erika solleva domande su come i residui petroliferi possano influenzare la fauna selvatica nel lungo termine. Gli esperti del Cedre hanno avvertito che il petrolio non si degrada completamente, ma si trasforma in sostanze chimiche che possono rimanere nell'ambiente per decenni. Questo fenomeno, noto come "persistenza ambientale", potrebbe portare a effetti cumulativi, specialmente in zone con bassa circolazione d'acqua. Inoltre, il rischio di contaminazione delle acque costiere, sebbene ridotto, rimane un problema critico per la biodiversità locale. La comunità scientifica chiede quindi una maggiore attenzione alle misure di monitoraggio e prevenzione.
La situazione attuale solleva interrogativi su come gestire i rischi legati ai residui petroliferi in profondità. Il Cedre ha espresso la necessità di un monitoraggio costante, non solo per il Finistère ma per altre aree marine a rischio. Gli esperti hanno sottolineato che il rischio non è limitato al passato, ma rappresenta una minaccia futura, soprattutto in un contesto di cambiamenti climatici e intensificazione delle tempeste. Le autorità locali e nazionali dovranno valutare se adottare nuove strategie per prevenire futuri episodi di contaminazione. Al tempo stesso, il ritrovamento degli uccelli offre una testimonianza di come la natura possa essere ancora vulnerabile ai danni causati da incidenti industriali. La comunità scientifica e ambientalista chiede quindi un impegno maggiore per proteggere gli ecosistemi marini, anche in presenza di rischi che sembrano essere stati superati.
Fonte: Le Monde Articolo originale
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