11 mar 2026

Palestinesi lasciano Gaza per cure in Egitto dopo parziale riapertura di Rafah

La notizia che ha scosso il mondo politico e umanitario negli ultimi giorni riguarda la riapertura parziale del passaggio di Rafah, unico punto di accesso non frontierario tra la Striscia di Gaza e l'Egitto.

03 febbraio 2026 | 01:27 | 5 min di lettura
Palestinesi lasciano Gaza per cure in Egitto dopo parziale riapertura di Rafah
Foto: Le Monde

La notizia che ha scosso il mondo politico e umanitario negli ultimi giorni riguarda la riapertura parziale del passaggio di Rafah, unico punto di accesso non frontierario tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. L'evento si è verificato il 2 gennaio 2025, con circa 150 palestinesi che hanno lasciato il territorio devastato da due anni di guerra per raggiungere il vicino Paese africano. Questo passaggio, precedentemente chiuso da un ordine dell'esercito israeliano nel maggio 2024, è stato riconosciuto come un'opportunità cruciale per il trasferimento di pazienti gravemente feriti. La decisione di permettere questa breve apertura ha suscitato grande attenzione internazionale, soprattutto a causa del contesto di tensione e violenza che caratterizza la regione. La riapertura, seppur limitata, rappresenta un primo passo verso un processo più ampio che potrebbe portare a un'apertura completa del checkpoint, un obiettivo che molti vedono come indispensabile per la sopravvivenza delle popolazioni civili. Tuttavia, le condizioni imposte da Israele e le limitazioni operative continuano a mettere in discussione la reale capacità di questa mossa di risolvere i problemi umanitari.

La riapertura del passaggio di Rafah ha visto la partenza di circa 150 pazienti, accompagnati da 84 persone, che hanno attraversato la frontiera su tre ambulanze. Secondo le autorità egiziane, i pazienti sono stati immediatamente sottoposti a esami medici per determinare il luogo di destinazione, in quanto il loro trasferimento avveniva in un contesto di emergenza. La decisione di aprire il checkpoint, seppur per un breve periodo, è stata annunciata in seguito a una serie di attacchi israeliani sul territorio palestinese, che hanno causato decine di morti, secondo le dichiarazioni della difesa civile. L'esercito israeliano ha giustificato le sue azioni affermando di riporre in risposta alla presenza di combattenti palestini in un tunnel situato nella zona sotto il controllo israeliano. Questo evento ha rappresentato un momento di tensione ma anche di speranza, poiché segna il primo passo verso un'apertura più ampia del passaggio, un obiettivo che molti considerano essenziale per salvaguardare la salute e la vita dei residenti in Gaza.

La situazione attuale della Striscia di Gaza è frutto di un contesto complesso e lungo, caratterizzato da anni di conflitti e occupazione. La chiusura del passaggio di Rafah, avvenuta nel maggio 2024, ha avuto un impatto profondo sulla popolazione, limitando non solo il trasferimento di pazienti ma anche l'ingresso di aiuti umanitari. La decisione di riaprire parzialmente il checkpoint rappresenta una risposta alle richieste internazionali di permettere un accesso più fluido al territorio, pur rimanendo sotto le condizioni imposte da Israele. L'apertura, limitata a sei ore al giorno, non risolve i problemi strutturali che hanno portato alla chiusura totale del passaggio. Tuttavia, la mobilitazione di 150 ospedali e 300 ambulanze egiziane, insieme a 12.000 medici e 30 squadre d'emergenza, dimostra l'impegno del Paese per affrontare la situazione. Questo sforzo, però, non riesce a coprire completamente le esigenze di una popolazione che vive in condizioni di grave emergenza, con migliaia di morti e un sistema sanitario allo stremo.

La riapertura del passaggio di Rafah ha suscitato reazioni diverse a livello internazionale. L'ONU e le organizzazioni umanitarie hanno espresso preoccupazione per la limitata portata della mossa, sottolineando che non risolve i problemi fondamentali. Tom Fletcher, capo delle operazioni umanitarie dell'ONU, ha dichiarato che la riapertura parziale è "benvenuta, ma non sufficiente" e che serve un "vero corridoio umanitario" per permettere l'ingresso di aiuti vitali. Inoltre, le autorità israeliane hanno espresso condizioni stringenti per l'accesso al territorio, richiedendo un'autorizzazione "sicurezza" per entrare o uscire da Gaza, in coordinamento con l'Egitto e sotto la supervisione della missione europea a Rafah. Questo approccio, pur mirato a garantire la sicurezza, sembra ostacolare l'accesso a una soluzione completa. Mentre i governi e i mediatori internazionali cercano di trovare un accordo, la popolazione civile in Gaza continua a vivere in condizioni di estrema sofferenza, con la mancanza di accesso alle risorse basilari.

La riapertura del passaggio di Rafah rappresenta un passo avanti, ma non un'alternativa definitiva alla crisi che ha colpito la Striscia di Gaza. Il piano del presidente statunitense Joe Biden, che prevede un'apertura completa del checkpoint dopo il ritorno di tutti gli ostaggi, rimane un obiettivo ambizioso ma ancora lontano. L'Egitto, attraverso il suo governatore del Nord-Sinaï, ha espresso la volontà di collaborare con Israele per permettere un accesso più ampio, ma la situazione resta fragile. La riapertura ha anche permesso l'ingresso di 15 membri del Comitato Nazionale per l'Amministrazione della Striscia di Gaza (NCAG), che gestirà il territorio in modo transitorio sotto l'autorità del Consiglio della Pace, presieduto da Donald Trump. Tuttavia, il futuro dipende da una serie di fattori complessi, tra cui la volontà di Israele di garantire la sicurezza e la capacità delle parti coinvolte di trovare un accordo. La strada verso una soluzione definitiva appare lunga e piena di ostacoli, ma la riapertura di Rafah resta un segnale importante di speranza per una popolazione che ha subito anni di sofferenza.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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