11 mar 2026

Massacro preistorico scoperto a Gomolava

Circa 2.800 anni fa, in una zona che oggi corrisponde al nord della Serbia, un episodio di violenza di massa ha sconvolto le comunità preistoriche.

28 febbraio 2026 | 16:03 | 4 min di lettura
Massacro preistorico scoperto a Gomolava
Foto: Focus

Circa 2.800 anni fa, in una zona che oggi corrisponde al nord della Serbia, un episodio di violenza di massa ha sconvolto le comunità preistoriche. L'evento, rivelato da uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour e condotto da un gruppo internazionale di ricercatori guidati dall'Università di Copenaghen e dall'Università di Leida, si svolse in un'area che oggi è il bacino dei Carpazi. Il cuore dell'indagine è il sito di Gomolava, un antico tell situato sul fiume Sava, dove gli scavi hanno portato alla luce una delle fosse comuni preistoriche più estese mai scoperte in Europa. All'interno di questa struttura, sono stati trovati 77 individui sepolti in un'unica area, un episodio che i ricercatori definiscono un atto di violenza selettiva e pianificata. L'obiettivo di questa azione non era semplicemente uccidere, ma emettere un messaggio di potere attraverso la distruzione intenzionale di gruppi sociali e biologici chiave. Questo evento, avvenuto probabilmente nel IX secolo a.C., ha lasciato un'impronta duratura sulla comprensione della violenza preistorica.

La struttura demografica delle vittime rappresenta uno dei dati più sconcertanti del caso. Tra i 77 individui analizzati, oltre il 7,0% erano donne, mentre più della metà era composta da bambini tra uno e dodici anni. Solo un numero ristretto di uomini adulti è stato identificato tra i resti. Questo schema, radicalmente diverso da altri massacri preistorici europei, suggerisce una strategia mirata a spezzare la continuità biologica e sociale delle comunità. I ricercatori spiegano che questa scelta non era casuale: eliminare donne e bambini era una strategia per indebolire la resilienza dei gruppi, privandoli della capacità di riprodursi e di mantenere la loro identità. L'analisi ha rivelato che il 20% degli individui mostrava segni di violenza letale, ma i ricercatori avvertono che la cifra reale potrebbe essere superiore, poiché non tutti i traumi lasciano tracce sulle ossa. Questo dettaglio, unito alle analisi del DNA, ha permesso di escludere l'ipotesi di un'epidemia, confermando che si trattava di un atto di violenza intenzionale.

Il contesto storico del massacro si colloca in un periodo di profonde trasformazioni. Nel IX secolo a.C., il collasso delle grandi reti sociali e politiche dell'età del Bronzo aveva creato un vuoto di potere, che le comunità della Pianura Pannonica stavano cercando di riempire. Queste popolazioni ripopolavano antichi territori, rioccupavano siti fortificati e fondavano nuovi insediamenti. Gomolava, un luogo carico di significato ancestrale, era un punto di incontro tra tradizioni culturali diverse e reti economiche in competizione. Le fonti archeologiche indicano tensioni tra gruppi sedentari e pastori nomadi, nonché sconvolgimenti nell'organizzazione sociale. In questo scenario, il massacro non appare come un episodio isolato, ma come parte di un conflitto più ampio. L'eliminazione mirata di donne e bambini non era solo un atto di violenza, ma un mezzo per recidere i legami di parentela e destabilizzare la struttura delle comunità.

Le analisi osteologiche e le scansioni TC hanno reso chiaro il quadro della violenza. Tra le vittime, sono state identificate lesioni peri-mortem, traumi non guariti inflitti al momento della morte, concentrati soprattutto alla testa. Sono emersi segni di traumi da corpo contundente, ferite da taglio e lesioni compatibili con proiettili come frecce, giavellotti o pietre lanciate con una fionda. Il quadro suggerisce attacchi ravvicinati combinati a tentativi di fuga, con almeno il 20% degli individui che mostra prove dirette di violenza. Tuttavia, i ricercatori sottolineano che la cifra reale potrebbe essere maggiore, poiché non tutti i traumi letali lasciano tracce sulle ossa. L'ipotesi di un'epidemia è stata definitivamente scartata grazie all'analisi del DNA, che non ha rivelato tracce di malattie infettive. Questo conferma che il massacro fu un atto deliberato, non un evento casuale.

L'approccio rituale e simbolico dell'evento ha rivelato un aspetto fondamentale del contesto. La fossa, scavata con cura, non era semplicemente un luogo di sepoltura, ma un'area allestita con un'attenzione particolare. All'interno, insieme ai resti umani, sono stati trovati ornamenti, vasi di ceramica, resti di un centinaio di animali e chicchi di cereali bruciati. Sul fondo era stata deposta una giovane mucca intatta, mentre sopra i corpi erano posizionate macine rotte. Questa dimensione rituale, evidenziata dai ricercatori, trasforma l'evento in un atto simbolico carico di significato politico. Uccidere non bastava: era necessario sancire, attraverso il rito, la nuova gerarchia di potere. L'investimento in risorse come bestiame, cibo e oggetti artigianali ha reso l'atto non solo violento, ma anche strategico, un modo per stabilire un controllo sociale e territoriale. Questo episodio, quindi, non è solo una testimonianza della violenza preistorica, ma anche di una complessità sociale e politica che supera le semplici dinamiche di conflitto. La ricerca svela un'epoca in cui la violenza era strumentalizzata come mezzo per riconfigurare il potere, lasciando un'impronta duratura nella storia umana.

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