11 mar 2026

Killer Madrid: Innocente, la storia fu inventata in Spagna

Telemundo ha emesso giovedì notte, in Spagna, un'intervista controversa con il killer di tre persone a Madrid nel 2016.

06 febbraio 2026 | 08:54 | 3 min di lettura
Killer Madrid: Innocente, la storia fu inventata in Spagna
Foto: El País

Telemundo ha emesso giovedì notte, in Spagna, un'intervista controversa con il killer di tre persone a Madrid nel 2016. L'episodio, promosso in un breve anticipazione con il titolo "Vittima o assassino?", ha rivelato quanto si poteva intuire: Dahud Hanid Ortiz si dichiarerà innocente. "Questa storia mi la montarono in Spagna", afferma, pur essendo stato condannato dopo un'indagine solida delle forze di polizia spagnole e tedesche. La sua storia, raccontata durante l'intervista, svela un contesto complesso che va oltre il semplice episodio criminale. Ortiz, ex marina statunitense, ha sostenuto che la sua condanna fu ottenuta senza prove concrete, come testimonianze oculari o video, e che il sistema giudiziario spagnolo non lo ha mai veramente processato.

L'intervista, registrata e trasmessa da Telemundo 51, la filiale a Miami della catena spagnola, ha rivelato dettagli sconvolgenti. Ortiz, un uomo libero da luglio del 2, ha sostenuto che le autorità spagnole lo hanno accusato senza fondamento, basandosi su un'unica testimonianza e un cellulare che, secondo le indagini, lo avrebbe collegato al luogo del delitto. Tuttavia, egli ha sottolineato che non esistevano prove tangibili, come immagini o testimonianze dirette, che potessero confermare la sua colpevolezza. Inoltre, ha rivelato di aver fuggito in Venezuela prima che fosse emessa l'ordine internazionale di arresto, ma fu arrestato nel 2018 da un regime chavista che rifiutò di consegnarlo a Madrid. La sua condanna, avvenuta nel 2024, fu ottenuta in un processo in cui la Procura spagnola collaborò attivamente con le autorità venezuelane.

Il contesto di questa vicenda si colloca nel quadro di un'interazione complessa tra Stati Uniti e Venezuela. Ortiz fu liberato insieme ad altri nove uomini considerati presi politici o legati al governo americano, in cambio di una liberazione di oltre 250 detenuti venezuelani. Non fu chiaro il motivo per cui il governo Usa lo incluso in un gruppo con casi legali diversi, ma si ritenne che molti prigionieri avessero denunciato torture. Questo atto politico ha acceso nuove polemiche, soprattutto tra le famiglie delle vittime, che hanno espresso indignazione per il modo in cui l'intervista è stata presentata. La Procura spagnola, però, ha ritenuto impossibile re-avviare il caso per il principio di cosa giudicata, ma le vittime cercano ora un modo per far sì che Ortiz rispetti la pena in Usa.

L'analisi delle implicazioni di questa vicenda rivela un conflitto tra giustizia e politica. La condanna di Ortiz, ottenuta in Venezuela, non è riconosciuta in Spagna, ma le vittime non si arrendono. Questo caso mette in luce come il sistema giudiziario possa essere influenzato da fattori esterni, come la politica internazionale. Inoltre, l'interesse per l'intervista di Ortiz, che mostra una sua posizione di difesa, ha acceso dibattiti su come le autorità possano gestire casi di crimini gravi. La sua testimonianza, sebbene inizialmente contestata, ha riacceso il dibattito su come si possa garantire giustizia in casi complessi.

La chiusura di questa vicenda è incerta, ma l'intervista completa di Ortiz, che sarà trasmessa venerdì, potrebbe aprire nuove prospettive. Mentre le famiglie delle vittime cercano vie legali per far rispettare la pena, il governo Usa e la Spagna dovranno trovare un accordo per risolvere un caso che ha diviso opinioni e sensibilità. L'impatto di questa vicenda non si ferma al singolo caso: rappresenta un esempio di come la giustizia possa essere influenzata da fattori esterni, e come le vittime possano lottare per la verità anche quando il sistema sembra non rispondere. La storia di Dahud Hanid Ortiz, quindi, non è solo un episodio criminale, ma un riflesso di un sistema giudiziario in tensione con le sfide contemporanee.

Fonte: El País Articolo originale

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