11 mar 2026

FSE: in Lazio fallimento, solo 1 su 10 lo usa

A Roma e nel Lazio l'adesione al Fascicolo Sanitario Elettronico rimane al 8-10%, un dato drammaticamente inferiore a regioni come l'Emilia Romagna. Critici come Magi denunciano un "campanello d'allarme" per la mancanza di strategie di sensibilizzazione e collaborazione tra cittadini e professionisti.

04 marzo 2026 | 16:14 | 4 min di lettura
FSE: in Lazio fallimento, solo 1 su 10 lo usa
Foto: RomaToday

A Roma e nel Lazio si registra un'adesione al Fascicolo sanitario elettronico (Fse) estremamente limitata, con una percentuale di adesione che si attesta intorno all'8-10%, un dato che mette in luce un divario significativo rispetto a Regioni come l'Emilia Romagna, dove la percentuale supera il 70%. Lo ha sottolineato lo stesso presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, in un video condiviso su una piattaforma sociale, durante un confronto con Solange Fugger, una primaria medica e influencer su TikTok. La notizia ha suscitato una reazione immediata e critica da parte del presidente dell'Ordine dei medici-chirurghi e degli odontoiatri di Roma, Antonio Magi, il quale ha definito il dato un "campanello d'allarme" e ha sollevato interrogativi sulle ragioni dell'insufficiente diffusione di un strumento che dovrebbe migliorare l'efficienza del sistema sanitario. La questione ha riacceso un dibattito su come affrontare la digitalizzazione dei servizi sanitari, un tema che da anni suscita polemiche tra professionisti e cittadini.

L'adesione al Fascicolo sanitario elettronico rappresenta un passo fondamentale per la gestione della salute, poiché consente ai pazienti di avere a disposizione la propria storia clinica in tempo reale, riducendo i tempi diagnostici e migliorando la continuità dei servizi. Il Fse raccoglie informazioni cruciali, come referti medici, lettere di dimissioni, verbali di pronto soccorso e prescrizioni, provenienti da diversi ambiti del sistema sanitario, tra cui Asl, aziende ospedaliere, medici di famiglia e strutture private. Questo strumento permette ai professionisti di accedere rapidamente ai dati necessari per un'analisi completa del paziente, evitando duplicazioni di esami o errori diagnostici. Tuttavia, l'accesso al Fse non è automatico: richiede un consenso esplicito da parte del paziente, che deve autorizzare la consultazione tramite tessera sanitaria con chip, Spid o carta d'identità elettronica, oppure recarsi in un punto di accesso territoriale. A fronte di questa procedura, i dati indicano che solo una minoranza di cittadini ha effettuato l'attivazione.

Il problema non riguarda solo il paziente, ma anche i professionisti sanitari, i quali non sempre si sono adeguati all'adozione del Fse. Antonio Magi ha sottolineato che il Lazio, pur essendo tra le prime Regioni a mettere in atto il progetto, ha registrato un'adesione insufficiente, tanto da sollevare preoccupazioni su come il sistema possa funzionare in modo ottimale. "Non si può semplicemente imporre un obbligo dall'alto - ha dichiarato Magi - occorre creare un'organizzazione che coinvolga tutti i soggetti coinvolti, da medici a infermieri, fino ai pazienti stessi, che devono essere informati e motivati a partecipare attivamente alla gestione della propria salute". L'assenza di una strategia di sensibilizzazione ha portato a una scarsa comprensione del valore del Fse, con conseguenti limiti nella sua diffusione. Inoltre, la mancanza di una comunicazione chiara ha reso alcuni professionisti scettici, nonostante il potenziale vantaggio per la qualità dei servizi.

L'analisi del problema rivela un doppio ostacolo: da un lato, la mancanza di un piano di sensibilizzazione mirato a coinvolgere i cittadini, dall'altro, l'incapacità di coinvolgere i professionisti sanitari in un processo che richiede collaborazione e condivisione di dati. Il Fse, se utilizzato al meglio, potrebbe ridurre la sprechi di risorse, migliorare la tracciabilità delle cure e garantire un'assistenza più personalizzata. Tuttavia, il successo dipende da una gestione attenta, che preveda non solo la tecnologia, ma anche una forte componente educativa e di partecipazione. Il presidente dell'Ordine dei medici ha sottolineato che la scarsa adesione non è solo un problema di informazione, ma anche di cultura: "Quando l'adesione è volontaria e richiede una comprensione del funzionamento, le persone maturano scelte più consapevoli. Se prevale la logica dell'imposizione, il risultato è quello che oggi si osserva". Questo atteggiamento, però, rischia di compromettere l'efficacia del sistema, con un impatto negativo sull'efficienza e sulla qualità dei servizi sanitari.

La strada percorribile per superare questi ostacoli passa attraverso un'azione sinergica tra Regioni, enti pubblici e professionisti. Il presidente Magi ha sottolineato l'importanza di coinvolgere tutte le figure sanitarie, da medici di medicina generale a infermieri, fino ai tecnici di radiologia e fisioterapisti, perché ognuno di loro può contribuire a spiegare ai pazienti l'importanza del Fse. "Quando si interrompe il rapporto tra chi assume le decisioni e chi lavora sul campo, i risultati rischiano di essere insoddisfacenti", ha ricordato. La soluzione, quindi, non si limita a un aggiornamento tecnologico, ma richiede una revisione culturale e organizzativa del sistema sanitario. Solo con un'azione condivisa sarà possibile raggiungere una diffusione del Fse adeguata, garantendo a tutti i cittadini un accesso più diretto e completo alla propria salute. L'obiettivo non è solo quello di migliorare l'efficienza, ma anche di rafforzare la fiducia tra pazienti e professionisti, creando un modello di collaborazione che possa essere replicato in altre Regioni.

Fonte: RomaToday Articolo originale

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