11 mar 2026

Due ex direttori della Guardia Civile imputati per la prima volta per il caso Pegasus

Il Tribunale di Barcellona indaga su due ex dirigenti della Guardia Civil accusati di aver utilizzato Pegasus e Candiru per spionaggio, segnando un'indagine storica su violazioni della privacy in Spagna.

09 febbraio 2026 | 10:25 | 5 min di lettura
Due ex direttori della Guardia Civile imputati per la prima volta per il caso Pegasus
Foto: El País

Il Tribunale di Instruzione numero 2 di Barcellona ha avviato un'inchiesta giudiziaria che coinvolge due ex dirigenti della Guardia Civil, Félix Vicente Azón e María Gámez, accusati di aver utilizzato i programmi di spionaggio Pegasus e Candiru per monitorare individui. Questo caso rappresenta la prima volta in cui un'indagine giudiziaria su attività di spionaggio illegale ha coinvolto un corpo di polizia, segnando un punto di svolta nel panorama delle indagini su violazioni della privacy in Spagna. La presidente del tribunale ha esteso l'inchiesta anche a Paz Esteban, ex direttrice del Centro Nazionale di Intelligenza (CNI), a causa dell'ipotesi che il telefono del ex presidente della Generalitat, Pere Aragonès, fosse stato compromesso da Pegasus. Questa è la quinta volta che Esteban dovrà testimoniare come indagata, ma le sue comparecenze hanno avuto scarso impatto pubblico a causa della Legge dei Segreti Ufficiali, che protegge le attività del CNI. L'inchiesta è stata avviata a seguito di una richiesta presentata nel marzo scorso dal gruppo di vittime Sentinel Alliance, composto da cinque professionisti tecnologici e sviluppatori di protocolli open source, tra cui Joan Matamala, Joan Arús, Pau Escrich e Xavier Vives. Questi ultimi hanno denunciato che sono stati monitorati per due anni, dal 2019, con 78 attacchi registrati da un'analisi del Centro canadese Citizen Lab, che ha rivelato l'accesso a dati sensibili, la possibilità di attivare telecamere e microfoni.

L'inchiesta ha rivelato una complessità ulteriore, poiché la presidente del tribunale ha aperto un'indagine su potenziali utilizzi di altri programmi di spionaggio da parte delle istituzioni spagnole, al di fuori di Pegasus. Tra i soggetti coinvolti ci sono anche i dirigenti di Saito Tech Lted, azienda sviluppatrice di Candiru, tra cui Eran Shorer, Ya'akov Weizman e Eitan Achlow. Inoltre, il caso ha coinvolto anche la società israeliana NSO Group, che commercializza Pegasus, e le sue due filiali europee, Q Cyber Technologies e OSY Technologies, sedi a Luxemburgo. I querellanti hanno chiesto al governo la desecretazione di documenti riguardanti l'uso di questi software, l'emissione di ordini di ricerca europei a Luxemburgo e comunioni rogatorie a Israele, nonché l'accesso a report indipendenti sugli smartphone degli indagati. Hanno anche richiesto informazioni su indagini precedenti relative ai casi Tsunami Democràtic e Judas, ma le richieste esterne a Spagna non hanno avuto alcun progresso.

Il contesto di questa vicenda si colloca all'interno di un quadro più ampio di preoccupazioni sulla sorveglianza statale e sulla protezione dei dati in Spagna. Il caso Pegasus ha suscitato un dibattito nazionale e internazionale, con accuse di abuso di potere da parte di istituzioni che dovrebbero garantire la sicurezza, non la privacy. La Guardia Civil, che ha ammesso di aver condotto attività di sorveglianza su alcuni dei querellanti, ha riconosciuto la gravità del problema, ma ha rifiutato di specificare le motivazioni di tali interventi. L'uso di software di spionaggio, come Pegasus e Candiru, è stato associato a violazioni di diritti fondamentali, inclusi il diritto alla privacy e alla libertà di espressione. Gli avvocati dei querellanti hanno sottolineato che le informazioni estratte dai dispositivi degli indagati sono state filtrate in media, con l'obiettivo di danneggiare le aziende tecnologiche coinvolte e compromettere la loro reputazione. Tutte le indagini legali contro i querellanti sono state archiviate, a causa di limitazioni legali e politiche.

L'analisi dei rischi e delle conseguenze di questa inchiesta rivela una crisi di fiducia nel sistema giudiziario e nella gestione della sicurezza da parte delle autorità spagnole. La decisione del tribunale di coinvolgere istituzioni poliziesche e centri di intelligenza ha suscitato reazioni contrastanti, con alcuni che vedono un passo avanti verso una maggiore trasparenza, altri che temono un abuso di potere. Gli esperti in cybersecurity hanno evidenziato il rischio di un uso improprio di tecnologie di spionaggio, che potrebbe mettere a rischio non solo individui, ma anche la stabilità democratica. La richiesta di accesso a documenti sensibili e la collaborazione internazionale per indagare su questi programmi rappresentano un tentativo di riconquistare la legittimità di un sistema che, secondo i querellanti, ha abusato della sua autorità. La situazione ha anche acceso discussioni sulla necessità di un quadro normativo più rigoroso per prevenire l'abuso di strumenti di sorveglianza.

La chiusura di questa vicenda dipende da come si evolverà l'inchiesta e da quanto il governo spagnolo sarà disposto a collaborare con le autorità giudiziarie. L'avvocato della parte querelante, Xavier Muñoz, ha definito la decisione del tribunale come un "inizio di un'istruttoria complessa ma necessaria per il diritto di stato", mentre Joan Arús, uno dei querellanti, ha denunciato l'uso di "software di spionaggio di livello militare contro la società civile". La sentenza del tribunale potrebbe aprire nuove linee di indagine, ma il rischio di un impatto limitato rimane elevato, specialmente se il sistema giudiziario non riuscirà a superare le barriere legali e politiche che proteggono le istituzioni. L'episodio rimane un esempio di come la tecnologia possa essere utilizzata in modo improprio, con conseguenze che sfidano il concetto stesso di libertà e sicurezza. La società civile e i media seguiranno con attenzione i prossimi sviluppi, sperando in un esito che possa ripristinare la fiducia in un sistema che, finora, ha mostrato troppe lacune.

Fonte: El País Articolo originale

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