11 mar 2026

Zuckerberg si difende per aver cercato di rendere Facebook e Instagram addictivi durante un processo

Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, ha sottoposto a un interrogatorio in udienza davanti a un giurato a Los Angeles (California) il 18 febbraio, nel quadro di un processo civile che vede coinvolte le sue aziende e Google.

19 febbraio 2026 | 05:24 | 4 min di lettura
Zuckerberg si difende per aver cercato di rendere Facebook e Instagram addictivi durante un processo
Foto: Le Monde

Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, ha sottoposto a un interrogatorio in udienza davanti a un giurato a Los Angeles (California) il 18 febbraio, nel quadro di un processo civile che vede coinvolte le sue aziende e Google. L'udienza, durata sei ore, ha visto il fondatore di Facebook, Instagram e WhatsApp difendere le sue operazioni, talvolta con forza, talvolta con un tono più irritato, in una testimonianza sotto giuramento, un evento raro per lui. Le due gigantesche aziende tecnologiche sono state accusate da migliaia di famiglie americane di aver progettato deliberatamente le loro piattaforme, Instagram e YouTube, per renderle dipendenti per gli utenti fin dall'infanzia. L'obiettivo del processo è valutare se tali piattaforme siano state responsabili di problemi di salute mentale, tra cui depressione, ansia, anoressia e persino suicidi, in giovani che hanno iniziato a usare i social network fin da piccoli. La causa, che vede dodici giurati di una corte civile, potrebbe concludersi entro la fine di marzo, con una decisione che potrebbe influenzare centinaia di casi simili in corso negli Stati Uniti.

Durante l'udienza, l'avvocato della parte civile, Mark Lanier, ha presentato un documento interno datato 2018, che indicava che nel 2015 il numero di account Instagram appartenenti a bambini under 13 era stimato in 4 milioni. All'epoca, Instagram aveva riconosciuto che il 30% dei ragazzi tra i 10 e i 12 anni fosse attivo sul social network. Questi dati, insieme ad altri, hanno alimentato le accuse secondo cui le piattaforme fossero state progettate per massimizzare il tempo speso dagli utenti, a scapito della loro salute mentale. Kaley G. M., una ragazza di 20 anni originaria della California, è al centro del caso, poiché aveva accesso a Instagram già a nove anni, senza che i genitori ne fossero a conoscenza. La sua storia, che include una intensa dipendenza da Instagram e conseguenti problemi psicologici, rappresenta un esempio emblematico delle accuse rivolte alle aziende tecnologiche.

Il contesto del processo è legato a un'ondata di cause legali che hanno coinvolto diverse piattaforme social, accusate di aver contribuito a un aumento dei disturbi mentali tra i giovani. Questi casi, giudicati a Los Angeles e in altre città negli Stati Uniti, sono parte di un tentativo di testare le vie legali per risolvere migliaia di reclami. La legge americana, tuttavia, esonera quasi completamente le aziende da responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti, un aspetto che ha reso complessa la gestione delle cause. TikTok e Snapchat, ad esempio, hanno optato per accordi segreti con alcune vittime, ma rimangono coinvolti in altri casi. Questo scenario ha spinto i difensori dei consumatori a cercare alternative legali, pur nella limitata protezione offerta dal sistema giuridico.

L'analisi delle dichiarazioni di Zuckerberg rivela un tentativo di riconciliare l'impatto delle piattaforme con la loro utilità. Il CEO ha ammesso di aver fissato in passato obiettivi per aumentare il tempo medio speso su Instagram, ma ha sottolineato che la priorità attuale è la "valore" e l'utilità per gli utenti. Questo cambiamento di focus potrebbe indicare un tentativo di rivedere la strategia aziendale, ma non risolve le preoccupazioni riguardo all'effetto negativo dei social network. Zuckerberg ha anche contestato l'idea di obiettivi fissi per il tempo d'uso, presentandoli come indicatori di soddisfazione degli utenti. Tuttavia, la sua difesa ha suscitato dubbi, soprattutto quando ha rifiutato di riconoscere un documento interno del 2022 che prevedeva traguardi per il tempo d'uso, nonostante il suo stesso avvocato abbia sottolineato che il tempo passato su una piattaforma è un "effetto secondario" di un'esperienza di qualità.

La chiusura del processo potrebbe segnare un punto di svolta per il settore tecnologico, con conseguenze sia per le aziende che per i consumatori. Le decisioni delle corti potrebbero influenzare le politiche di regolamentazione e le responsabilità legali delle piattaforme, anche se la legge americana rimane un ostacolo. Zuckerberg, nel suo interrogatorio, ha anche sostenuto che Apple e Google dovrebbero gestire la verifica dell'età direttamente sui dispositivi, piuttosto che lasciare a ciascuna applicazione. Questo dibattito sull'età e la privacy dei dati potrebbe diventare sempre più centrale nel prossimo futuro, soprattutto con l'aumento della consapevolezza pubblica sui rischi dei social network. La questione rimane aperta, con implicazioni che potrebbero estendersi a livello globale, richiedendo un equilibrio tra innovazione tecnologica e protezione dei minori.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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