11 mar 2026

Viaggio dei cubani deportati bloccati a Guantánamo

La situazione dei circa 50 uomini cubani rimasti bloccati al porto militare di Guantánamo Bay, in Cuba, rappresenta uno dei casi più complessi e inaspettati del piano di deportazione lanciato durante la presidenza di Donald Trump.

29 gennaio 2026 | 18:29 | 5 min di lettura
Viaggio dei cubani deportati bloccati a Guantánamo
Foto: The New York Times

La situazione dei circa 50 uomini cubani rimasti bloccati al porto militare di Guantánamo Bay, in Cuba, rappresenta uno dei casi più complessi e inaspettati del piano di deportazione lanciato durante la presidenza di Donald Trump. Dopo aver ricevuto l'ordine di essere rimpatriati negli Stati Uniti, i cubani sono stati invece trasferiti in una base militare statunitense a sud-est dell'isola, dove non possono raggiungere la capitale, Havana, a causa delle restrizioni aeree imposte da Cuba. L'episodio, che si è verificato già prima di Natale, ha svelato le inefficienze e i costi elevati del piano, che mirava a gestire fino a 30.000 "alieni criminali" in transito. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che, per raggiungere Cuba, i migranti devono essere trasferiti via terra attraverso gli Stati Uniti, un processo che richiede tempo, risorse e una serie di procedure non sempre chiare. Questi uomini, che vanno dagli anni venti ai cinquant'anni, sono ospitati in un ex carcere per sospetti membri dell'Al Qaeda, un luogo che ha già visto passare diversi anni di tensioni internazionali. La loro presenza al Guantánamo Bay ha sollevato molte domande, soprattutto sulle motivazioni del governo statunitense e sulle implicazioni per i rapporti tra i due paesi.

L'operazione di deportazione, iniziata nel gennaio 2017 con l'ordine di Trump di preparare Guantánamo per il trasferimento di migliaia di migranti, ha visto un impiego di risorse considerevole. Il Pentagono e l'Ufficio di Sicurezza Interna (DHS) hanno investito milioni di dollari per creare un centro di smistamento, charlatte aerei e mobilitare centinaia di truppe e agenti ICE. Tuttavia, il piano non ha mai raggiunto l'obiettivo iniziale di accogliere 30.000 persone, e i numeri reali sono rimasti molto inferiori. Secondo il New York Times, solo 780 uomini sono stati ospitati al porto, nonostante i costi mensili stimati intorno ai 100.000 dollari a migrante. La gestione delle procedure è stata spesso caotica: in alcuni casi, i cubani sono stati trasferiti da un centro di detenzione in Florida a un altro in Texas e infine a Louisiana, solo per essere poi ricondotti al Guantánamo Bay. La situazione ha evidenziato le difficoltà logistice e i problemi di coordinamento tra i vari enti coinvolti. Inoltre, non ci sono prove concrete che la maggior parte di questi uomini abbia un background criminale, un fatto che ha sollevato critiche da parte di organizzazioni come l'ACLU.

Il contesto storico e politico dell'operazione è legato alle tensioni lungo il confine tra Stati Uniti e Cuba, un rapporto complesso che risale al 1960. Dopo la Rivoluzione cubana, gli Stati Uniti avevano rifiutato di evacuare la base di Guantánamo, un accordo datato 1903, e il porto è rimasto un luogo di isolamento. La sua funzione è sempre stata legata al controllo militare e alla gestione di individui sospetti, come dimostrato dal fatto che il carcere ospitava ex membri dell'Al Qaeda. La politica di Trump di utilizzare Guantánamo come hub per la deportazione ha messo in luce le problematiche diplomatiche: Cuba, in crisi economica con blackout, carenze alimentari e dipendenza dal Venezuela, non ha mai accettato di ricevere più di un volo mensile per i cubani deportati. Questo ha reso la situazione di questi uomini particolarmente drammatica, poiché non hanno altre opzioni per tornare a casa. Le famiglie, che non possono visitarli a causa delle restrizioni, attendono con ansia la soluzione di un problema che sembra non avere una via d'uscita.

L'analisi delle conseguenze di questa situazione rivela una serie di impatti sia sul piano politico che su quello umanitario. Il governo statunitense, attraverso la decisione di utilizzare Guantánamo, sembra cercare di esercitare pressione sull'isola per ottenere un aumento dei voli di rimpatrio, ma Cuba non è disposta a cedere. Questo ha creato una situazione di stallo, con i cubani bloccati in un luogo che non è stato mai pensato per ospitarli. L'uso di Guantánamo come base di transito ha anche sollevato critiche riguardo alla sua idoneità: alcuni esperti ritengono che non fosse necessario utilizzare un'infrastruttura così complessa per un'operazione che non ha mai raggiunto gli obiettivi iniziali. Inoltre, la gestione dei trasferimenti, che include voli da e verso gli Stati Uniti, ha costi elevati e una logistica intricata, che non sembra giustificata da un numero così limitato di individui. La situazione ha anche messo in luce le difficoltà di Cuba a gestire la popolazione di cubani rimpatriati, un problema che si è aggravato con la crisi economica attuale.

La chiusura di questa vicenda rimane incerta, con il governo statunitense che non ha fornito spiegazioni chiare sulle motivazioni dietro l'uso di Guantánamo. Mentre i cubani attendono un trasferimento in un luogo più adatto, le famiglie in Cuba non hanno alternative per contattarli, creando un senso di isolamento e preoccupazione. La mancanza di risposte da parte delle autorità, sia statunitensi che cubane, ha reso la situazione un caso emblematico delle complessità del sistema migratorio attuale. Il piano di Trump per l'immigrazione, sebbene inizialmente ambizioso, ha rivelato i limiti delle politiche di gestione del flusso migratorio, che spesso si rivelano inefficaci e costose. La questione dei cubani a Guantánamo non è solo un problema individuale, ma un riflesso più ampio delle sfide globali legate all'immigrazione e alle relazioni internazionali. La soluzione, se mai arriverà, dovrà tener conto di questi aspetti, evitando di ripetere errori passati e garantendo diritti umanitari fondamentali.

Fonte: The New York Times Articolo originale

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