Un gigante energetico con i piedi d’argilla, ecco perché l’Iraq è andato in black out
Inizialmente l'ipotesi più accreditata è stata che le esplosioni avvertite a Erbil avessero mandato a gambe all'aria la centrale.
Un gigante energetico con i piedi d’argilla, ecco perché l’Iraq è andato in black out
di Alessia Candito
La paralisi delle esportazioni e la saturazione dei depositi ha reso obbligatoria la riduzione delle attività delle raffinerie e la relativa produzione di gas per usi civili. E a Bassora la centrale è rimasta a secco
Inizialmente l’ipotesi più accreditata è stata che le esplosioni avvertite a Erbil avessero mandato a gambe all’aria la centrale. Rapidamente si è poi diffusa la voce di un cyberattacco israeliano che avrebbe colpito il cuore elettrico del Paese, immediatamente smentita dallo Stato ebraico. Alla fine, la ragione vera del black out che ha lasciato al buio l’Iraq sta nel mare di petrolio su cui sta seduto il Paese, che dopo decenni di guerre e conflitti interni non ha l’infrastruttura per sfruttare davvero, finendo per dipendere dall’Iran.
Un paradosso, che la paralisi dello Stretto di Hormuz ha portato alle estreme conseguenze. Da giorni non c’è petroliera che si avvicini al porto di Bassora. Risultato: i depositi si sono rapidamente saturati e a cascata quelli dei giacimenti, costringendo il ministero del Petrolio a ordinare una drastica riduzione della produzione di greggio. Cosa ha a che fare con l’energia elettrica? Tutto. Perché le centrali vanno a gas e l’Iraq non è in grado di produrlo e soprattutto di stoccarlo.
Una rete obsoleta
Paralizzando o quasi Rumaila, a Bassora, crollano la quantità di gas associato che viene spinto in superficie e i flussi di combustibile destinati alla centrale elettrica, uno dei cuori energetici del Paese. Così il brusco calo di forniture alla centrale termoelettrica di Roumaila – hanno confermato in giornata le autorità irachene – ha innescato una perdita rapida di potenza stimata tra i 1.900 e i 3.000 megawatt.
Una fluttuazione improvvisa che la rete – vetusta, obsoleta, insufficiente per le necessità del Paese – non è stata in grado di assorbire e ha finito per “spegnere” tutte le altre stazioni di generazione del Paese. Insomma, una sorta di gigantesco calo di tensione che ha mandato tutta la rete in protezione. Non si tratta però di un semplice guasto.
La dipendenza dall’Iran
Nonostante sia il quinto Paese al mondo per riserve di petrolio, l’Iraq è un Paese fragile a livello energetico. Decenni di conflitti armati hanno devastato le infrastrutture, l’economia del petrolio ha puntato solo sull’estrazione e assai limitatamente sulla cattura del gas associato, che spesso viene semplicemente lasciato bruciare. Una politica che ha portato ad una dipendenza cronica dall’Iran e all’inevitabile crisi quando con il Paese degli ayatollah sono stati sospesi i rapporti commerciali per timore di sanzioni.
Per comprendere bisogna partire dai numeri. L’Iraq oggi riesce a produrre tra i 25 e i 27 gw di energia, ma la domanda supera ampiamente i 45-48. A complicare il quadro, l’inefficienza della rete energetica che ne perde circa il 40% (e in alcune aree fino al 45%) durante il semplice trasporto dalle centrali agli utenti finali. Incapace di far fruttare le proprie risorse, fino a qualche mese fa l’Iraq importava circa circa 40-50 milioni di metri cubi al giorno di gas naturale dall'Iran, più 1,2-1,3 di energia elettrica attraverso le linee di interconnessione transfrontaliere, per un totale di circa 10 gw di potenza.
Un equilibrio saltato negli ultimi mesi, quando gli Stati Uniti non hanno rinnovato agli iracheni “l’esenzione” dalle sanzioni per l’acquisto di energia vitale dall’Iran. L’Iraq ha dovuto contare solo sulle proprie forze di gigante con i piedi d’argilla, che nel mare di petrolio che produce ma non sa sfruttare rischia di annegare.
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Fonte: Repubblica Articolo originale
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