11 mar 2026

Trump punta a proseguire le trattative con l'Iran nonostante la pressione di Netanyahu

Trump e Netanyahu hanno discusso l'Iran senza risultati, con divergenze su missili e accordi. La situazione riflette tensioni regionali e rischi di escalation.

12 febbraio 2026 | 00:54 | 4 min di lettura
Trump punta a proseguire le trattative con l'Iran nonostante la pressione di Netanyahu
Foto: El País

Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, ha tenuto un incontro segreto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella Casa Bianca, il 3 luglio, per discutere le tensioni con l'Iran e le negoziazioni indirette tra Washington e Teherán sul programma nucleare iraniano. L'incontro, durato circa due e mezza ore, rappresenta la settima conversazione faccia a faccia tra i due leader da quando Trump ha ripreso la presidenza, ma non ha prodotto risultati concreti. Trump ha descritto il colloquio come "molti promettente" ma ha sottolineato che non si è raggiunta una conclusione definitiva. Netanyahu, da parte sua, ha cercato di convincere Trump a prendere posizioni più ferme contro l'Iran, in particolare per limitare l'espansione dei missili iraniani, ma il presidente americano non ha mostrato intenzione di cedere. Questa visita, avvenuta in un contesto di crescente tensione tra Washington e Teherán, ha rivelato le complessità delle relazioni tra gli Stati Uniti e Israele, nonché le sfide nell'affrontare un nemico che si è dimostrato ostinato e strategico.

L'incontro si è svolto in un contesto di crescente tensione regionale, alimentata da recenti attacchi israeliani e statunitensi alle infrastrutture iraniane, che hanno danneggiato il programma nucleare del Paese. Trump ha sottolineato che l'Iran, dopo essere stato colpito da operazioni come "Midnight Hammer", potrebbe essere più disposto a negoziare, ma ha anche minacciato di ricorrere alla forza se non si raggiungerà un accordo. Netanyahu, invece, ha espresso preoccupazioni per il fatto che gli Stati Uniti potrebbero limitare le discussioni esclusivamente al programma nucleare iraniano, trascurando la questione dei missili, che considera un elemento cruciale per la sicurezza israeliana. Le posizioni contrapposte tra i due leader riflettono non solo differenze strategiche, ma anche una divisione di interessi: gli Stati Uniti cercano di contenere l'espansione nucleare iraniana, mentre Israele mira a garantire un equilibrio di potere in Medio Oriente.

La situazione si colloca all'interno di un contesto più ampio di conflitti e negoziazioni che hanno caratterizzato le relazioni tra gli Stati Uniti, Israele e l'Iran negli ultimi anni. Le negoziazioni indirette, iniziate a dicembre 2021 a Mascate in Oman, hanno visto Washington e Teherán cercare di stabilire un quadro per un accordo, ma le divergenze rimangono profonde. Gli Stati Uniti richiedono che l'Iran consegni l'uranio enriquecido, soprattutto a livelli superiori al 60%, e limiti l'uso dei missili, mentre l'Iran rifiuta di discutere il programma balistico, considerandolo un elemento di deterrenza. La posizione di Teherán, sostenuta anche dal leader supremo Ali Khamenei, si basa sull'idea che il programma nucleare sia esclusivamente pacifico, ma Israele teme che il regime iraniano possa utilizzare il nucleare per sviluppare armi. Queste dinamiche hanno messo in luce le complessità delle relazioni internazionali, dove gli interessi nazionali e le strategie di potere si intrecciano in modo intricato.

Le implicazioni di questa crisi vanno ben al di là del semplice dibattito tra due potenze. La minaccia di un'escalation di violenza potrebbe portare a un confronto regionale, coinvolgendo Paesi come Siria, Libano e Yemen, dove l'Iran ha radici significative. Gli Stati Uniti, con la loro presenza militare in Medio Oriente, cercano di mantenere un equilibrio tra pressione e negoziazione, ma il loro atteggiamento di minaccia di forza ha suscitato preoccupazioni. L'Iran, da parte sua, ha avvertito che qualsiasi attacco potrebbe essere risposto con una reazione "molto più violenta", aumentando il rischio di un conflitto esteso. Inoltre, la decisione di Israele di espandere gli asili in Cisgiordania, approvata il 3 luglio, ha ulteriormente complicato la situazione, suscitando critiche internazionali e riducendo la possibilità di un accordo. Questi fattori mettono in evidenza come la crisi iraniana non sia solo un problema bilaterale, ma un tema globale che coinvolge la stabilità del Medio Oriente.

Le prospettive per il futuro restano incerte, ma il clima di tensione sembra destinato a persistere. Gli Stati Uniti, con il loro atteggiamento di pressione, cercano di sfruttare la debolezza dell'Iran, mentre Israele si concentra sulla difesa nazionale. La prossima fase delle negoziazioni, prevista per la settimana successiva, potrebbe decidere il destino delle relazioni tra i due Paesi, ma le divergenze strutturali sembrano insormontabili. L'incertezza crescente nel Medio Oriente potrebbe portare a un aumento delle tensioni, con rischi per la pace regionale. In questo contesto, il ruolo degli Stati Uniti come mediatore rimane cruciale, ma la capacità di trovare un compromesso dipende da una serie di fattori complessi, tra cui la volontà di entrambi i lati di abbandonare le posizioni estreme. La situazione, dunque, si presenta come un equilibrio fragile, in cui ogni decisione potrebbe influenzare il destino di un intero continente.

Fonte: El País Articolo originale

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