11 mar 2026

Roma Est abbandona firme, usa maniere forti contro impianto a biomasse

La protesta contro la costruzione dell'impianto a biomasse di via Prenestina, un progetto che ha suscitato preoccupazione tra i residenti di Roma est, si sta intensificando.

25 febbraio 2026 | 14:06 | 5 min di lettura
Roma Est abbandona firme, usa maniere forti contro impianto a biomasse
Foto: RomaToday

La protesta contro la costruzione dell'impianto a biomasse di via Prenestina, un progetto che ha suscitato preoccupazione tra i residenti di Roma est, si sta intensificando. I cittadini di Colle Monfortani, Prato Fiorito, Nuova Ponte di Nona, Colle Prenestino e altre zone circostanti si stanno mobilitando per fermare l'opera, che potrebbe impattare negativamente sull'ambiente e sulla salute pubblica. La campagna di resistenza, nata da una serie di iniziative spontanee, ha raggiunto un nuovo livello di visibilità con l'assemblea pubblica tenuta sabato 21 febbraio nel piazzale della chiesa di Colle Monfortani, dove centinaia di persone hanno partecipato. L'evento, organizzato dagli attivisti che da mesi lottano nei tribunali per bloccare il progetto, è diventato un punto di riferimento per chi vive in quei territori. I partecipanti hanno espresso preoccupazioni circa l'inquinamento, la gestione dei rifiuti e l'effetto sull'ecosistema locale, sottolineando come la struttura possa diventare un pericolo per la comunità. La decisione di alzare il livello della protesta, con l'intenzione di organizzare manifestazioni davanti alle sedi delle istituzioni, segna un passo decisivo nella battaglia per fermare l'opera.

Negli ultimi mesi, i cittadini hanno intensificato la loro azione, spostandosi in modo diretto tra le comunità interessate. Dopo l'assemblea di sabato, si sono moltiplicati gli striscioni di protesta, alcuni realizzati in casa, che appaiono in diverse zone come Colle Prenestino. Questi segni di ribellione, spesso accompagnati da volantini e comunicati, testimoniano il crescente consenso tra i residenti. I partecipanti agli incontri di informazione, svolti nei giorni precedenti, hanno sottolineato come l'impianto, che sarà costruito su un'area di 41.300 metri quadri, possa generare un impatto significativo sul territorio. L'obiettivo della campagna è stato non solo informare, ma anche sensibilizzare i cittadini sull'importanza di un'alternativa a questa soluzione. La decisione di spostare la protesta verso le sedi delle istituzioni, in particolare la Regione Lazio e il Comune di Roma, segna un cambiamento di strategia. Gli attivisti, infatti, ritenono che la responsabilità principale ricada su queste entità, che avrebbero dovuto bloccare il progetto già in precedenza.

Il contesto della vicenda risale al 2021, quando la conferenza dei servizi aveva espresso un parere negativo, bloccando l'avvio dei lavori. L'Azienda Agricola Salone, però, ha fatto ricorso al Tar, che ha permesso il proseguimento del progetto con alcune modifiche. Dopo un riesame del piano, nel 2024 la società ha ottenuto un primo via libera dalla Regione Lazio, un risultato che ha sorpreso i residenti, che avevano sperato in un blocco definitivo. Questa decisione ha scatenato nuove proteste, con i cittadini che hanno ritenuto che la Regione non abbia rispettato le preoccupazioni della comunità. Nel luglio 2025, il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato dai residenti, lasciando l'ultimo appello al Consiglio di Stato, che dovrà esaminare il caso il 5 marzo. Nonostante i tentativi di bloccare l'opera, anche quelli del Comune di Roma, la situazione rimane delicata. I residenti, però, non si sono arresi, ritenendo che il progetto possa rappresentare un rischio per la salute e l'ambiente.

L'impatto dell'impianto a biomasse, se realizzato, sarà enorme. L'area destinata al capannone di lavorazione, che occupa 13.250 metri quadri, sarà utilizzata per trattare 75.000 tonnellate di rifiuti ogni anno, di cui 50.000 tonnellate di rifiuti organici e il resto di rifiuti verdi, come sfalci. Questi dati, se confermati, sollevano numerose preoccupazioni, soprattutto in una zona già sensibile per la sua vulnerabilità ambientale. I residenti temono che l'attività possa generare emissioni nocive, rumori e un aumento della contaminazione del suolo. Inoltre, la presenza di un impianto così grande potrebbe influenzare negativamente la qualità della vita, riducendo la vivibilità degli spazi comuni e aumentando i costi per la gestione dei rifiuti. Gli attivisti, però, non si limitano a denunciare gli aspetti ambientali: sottolineano anche il rischio di un abuso di potere da parte delle autorità, che avrebbero potuto evitare l'avvio del progetto senza doverlo subire. La battaglia, quindi, assume un carattere non solo ambientale, ma anche sociale e politico.

La situazione sembra destinata a intensificarsi nel prossimo futuro. La decisione del Consiglio di Stato, prevista per il 5 marzo, sarà un momento cruciale per decidere se l'impianto potrà procedere. In mancanza di un blocco definitivo, i residenti potrebbero organizzare manifestazioni più organizzate, con l'obiettivo di far sentire la voce della comunità davanti alle sedi delle istituzioni. Gli attivisti hanno già espresso l'intenzione di concentrare la protesta sotto le sedi della Regione Lazio e del Comune di Roma, considerando queste entità responsabili del permesso iniziale. La mobilitazione, però, non si fermerà qui: i cittadini di Roma est stanno preparando iniziative che potrebbero coinvolgere anche altre aree della città, come un modo per estendere il loro sostegno. La lotta, in questo momento, rappresenta un esempio di come la partecipazione civile possa influenzare i processi decisionali, anche se il cammino è lungo e le sfide sono numerose. Il destino dell'impianto a biomasse di via Prenestina, quindi, è ancora in bilico, e la comunità continua a fare sentire la sua voce.

Fonte: RomaToday Articolo originale

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