11 mar 2026

Rogoredo, divise che tradiscono lo Stato

La corruzione all'interno delle forze di polizia italiane è un tema che continua a suscitare preoccupazione e dibattito, tanto più in un contesto in cui la trasparenza e la lotta al crimine sono diventate priorità.

24 febbraio 2026 | 14:14 | 5 min di lettura
Rogoredo, divise che tradiscono lo Stato
Foto: La Stampa

La corruzione all'interno delle forze di polizia italiane è un tema che continua a suscitare preoccupazione e dibattito, tanto più in un contesto in cui la trasparenza e la lotta al crimine sono diventate priorità. Tra i casi più significativi si collocano le indagini sull'Uno Bianca, una banda di poliziotti che operò tra il 1987 e il 1994, compiendo cento rapine, un centinaio di feriti e 24 omicidi. Questi episodi, sebbene non siano mai stati oggetto di un'indagine completa, hanno lasciato un'impronta indelebile nella memoria collettiva. La storia di Francesco Vincent Serpico, un poliziotto che denunciò la corruzione all'interno della polizia newyorkese, è diventata un simbolo di coraggio e verità, ma in Italia, purtroppo, non sembra esistere un riconoscimento simile per chi ha svelato i crimini della polizia. Il caso dei fratelli Savi, invece, rappresenta un esempio di determinazione e sacrificio, con Luciano Baglioni e Pietro Costanza che, dopo anni di indagini estenuanti, riuscirono a condannare i responsabili dell'omicidio di un collega. Questi episodi non sono solo storie di corruzione, ma testimonianze di un sistema che, pur avendo forti motivazioni per combattere il crimine, non sempre riesce a garantire giustizia e riconoscimento a chi si batte per la verità.

L'indagine sui fratelli Savi, che furono accusati di aver ucciso il collega Antonio Mosca nel 1987, rappresenta un esempio di resilienza e determinazione. Baglioni e Costanza, pur non avendo un incarico formale, si dedicarono a indagini esterne al loro lavoro quotidiano, seguendo tracce che portarono a un confronto diretto con i responsabili. La loro determinazione fu resa possibile da un'unica testimonianza, quella di un uomo che, guardando i due poliziotti, sembrò riconoscerli come investigatori. Questo gesto, così apparentemente insignificante, diventò il punto di partenza per un'inchiesta che durò cinque anni. La stessa fortuna che premia chi non si arrende, come raccontato da Ellroy nei suoi noir americani, fu il motore di questa indagine. L'Uno Bianca, in particolare, fu un caso emblematico di corruzione interna, con tutti i membri della banda condannati per i loro crimini, pur non essendo tutti poliziotti. Questo episocio ha mostrato come la criminalità possa infiltrarsi anche all'interno delle istituzioni, mettendo a rischio la credibilità delle forze dell'ordine.

Il contesto di questi casi è legato a un sistema che, pur avendo strumenti per combattere la corruzione, non sempre riesce a garantire giustizia e riconoscimento a chi denuncia. La storia di Serpico, che fu ricompensato con una medaglia per il suo coraggio, appare come un'eccezione in un Paese dove spesso i poliziotti che denunciano i loro colleghi non ricevono alcun riconoscimento. Il caso dei fratelli Savi, invece, dimostra come la determinazione di singoli individui possa superare le barriere di un sistema complesso. Tuttavia, il fatto che queste indagini non siano state sempre accompagnate da una piena trasparenza o da un'azione giudiziaria decisiva ha lasciato un segno di frustrazione. La corruzione non è solo un fenomeno legato a singoli individui, ma un problema strutturale che richiede interventi mirati e una maggiore responsabilità da parte delle autorità. Questi episodi, pur essendo solo alcuni tra i tanti, servono a ricordare che la lotta contro la corruzione non può limitarsi a indagini isolate, ma deve coinvolgere un approccio sistematico e duraturo.

Le implicazioni di questi casi vanno ben al di là della semplice condanna di singoli individui. La corruzione all'interno delle forze di polizia non solo danneggia la credibilità delle istituzioni, ma rischia di compromettere la sicurezza pubblica e la giustizia. Quando agenti di polizia, invece di proteggere la società, si infiltrano nei circuiti criminali, il risultato è un danno irreparabile per la comunità. Il caso dei carabinieri di Piacenza, arrestati per aver gestito un'organizzazione di spaccio grazie a informatori di origine illegale, è un esempio di quanto possa essere complesso il rapporto tra le forze dell'ordine e la criminalità. Questi episodi sottolineano la necessità di un controllo rigoroso e di una maggiore trasparenza in tutti i processi investigativi. Inoltre, la mancanza di riconoscimento per chi denuncia la corruzione crea un circolo vizioso: chi si batte per la verità spesso rimane senza supporto, mentre chi commette crimini non subisce sanzioni sufficienti. Per superare questa situazione, è necessario un impegno concreto da parte delle istituzioni e una maggiore responsabilità da parte dei singoli agenti.

La strada percorribile per contrastare la corruzione all'interno delle forze di polizia è lunga e complessa, ma non impossibile. È necessario un impegno costante da parte delle autorità, che devono garantire un ambiente di lavoro trasparente e responsabile. Le indagini recenti, come quelle che hanno portato all'arresto di tre poliziotti a Roma per traffico di droga, mostrano che esiste una volontà di agire, ma servirebbe un approccio più strutturato e duraturo. La figura di Teo Luzi, comandante generale dell'Arma, che ha sottolineato l'importanza del privilegio di indossare la divisa, rappresenta un segnale positivo, ma deve essere accompagnato da azioni concrete. La corruzione non può essere combattuta solo attraverso indagini isolate, ma richiede un sistema che premi l'onestà e punisca la fedeltà al crimine. Solo in questo modo sarà possibile ristabilire la fiducia del pubblico nelle forze di polizia e garantire una giustizia realmente equa. La strada è lunga, ma la lotta contro la corruzione non può essere abbandonata.

Fonte: La Stampa Articolo originale

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