Pusher ucciso a Rogoredo: agenti accusano falsa dichiarazione
Carmelo Cinturrino, l'assistente capo di polizia indagato per l'omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, avrebbe mentito ai propri colleghi dicendo di aver chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra, agonizzante dopo un colpo alla testa.
Carmelo Cinturrino, l'assistente capo di polizia indagato per l'omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, avrebbe mentito ai propri colleghi dicendo di aver chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra, agonizzante dopo un colpo alla testa. La verità, però, è che non lo avrebbe fatto. La chiamata al 118 sarebbe partita più di venti minuti dopo, un ritardo che ha scatenato un'ondata di polemiche e indagini interne. L'episodio si è verificato il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo a Milano, un'area poco frequentata ma nota per i contrasti tra polizia e criminalità locale. Mansouri, un giovane marocchino con diversi precedenti, è stato ucciso da Cinturrino, il quale, secondo le indagini, avrebbe gestito la situazione in modo opaco, nascondendo la verità ai compagni di squadra. La vicenda ha scosso non solo le forze dell'ordine ma anche la comunità milanese, che ha visto in questi fatti una svolta drammatica nella lotta al crimine.
L'inchiesta, coordinata dalla Procura diretta da Marcello Viola, ha rivelato dettagli sconcertanti. Durante gli interrogatori di giovedì 19 febbraio, quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso hanno cercato di chiarire i propri spostamenti dopo che Cinturrino ha aperto il fuoco. Tra loro, un agente che era a cinque metri di distanza dall'assistente capo e che, secondo le testimonianze, ha visto Mansouri cadere. Questo collega, descritto come il "testo oculare" dell'omicidio, sarebbe stato il primo a reagire, ma le sue azioni hanno rivelato una gestione incoerente. Secondo le analisi delle telecamere, il poliziotto è andato al commissariato Mecenate e poi è tornato con una borsa, contenente probabilmente una pistola a salve. Gli altri agenti, più giovani e con meno esperienza, non avrebbero saputo cosa ci fosse dentro, ma le prove indicano che la pistola è stata messa successivamente sulla scena. Mansouri, che aveva detto di non aver impugnato l'arma, non è mai riuscito a rispondere al telefono di un presunto pusher, che aveva avvertito di "attenta c'è la polizia, scappa".
Il contesto di questa tragedia è complesso e legato a anni di tensioni tra polizia e comunità migrante in aree come Rogoredo. Mansouri, nato in Marocco ma residente a Milano, aveva un figlio piccolo e una moglie, lasciando un vuoto emotivo che la famiglia ha cercato di colmare attraverso le istanze legali. I legali della vittima, Debora Piazza e Marco Romagnoli, hanno sempre sostenuto la versione di Cinturrino, ma le nuove prove sembrano smentirla. L'ipotesi che la pistola a salve sia stata posizionata dopo l'omicidio ha suscitato sospetti, poiché Mansouri non avrebbe mai potuto averla in mano. Inoltre, l'analisi del tempo trascorso prima della chiamata al 118 ha rivelato un ritardo di 23 minuti, un dettaglio che ha alimentato accuse di omissione di soccorso. La Procura ha anche sottolineato come i poliziotti, pur essendo giovani e con meno esperienza, non avrebbero dovuto ignorare le norme di procedura, soprattutto in un caso così grave.
Le implicazioni di questa vicenda sono profonde, tanto per le forze dell'ordine quanto per la società civile. L'assenza di un'azione immediata da parte di Cinturrino e dei suoi compagni ha sollevato domande su come si gestiscono le situazioni di emergenza all'interno della polizia. La gestione opaca delle operazioni, come definita dagli investigatori, potrebbe indicare un sistema interno in crisi, dove i comportamenti non sempre rispettano i protocolli. Per i familiari di Mansouri, questa vicenda è un dramma personale, che ha messo in luce i limiti della giustizia e della protezione sociale. Al contempo, la famiglia ha espresso la speranza che la verità emerga, anche se le tracce lasciate sul luogo del delitto sembrano complicare la ricostruzione. La Procura, però, ha ribadito che le prove sono sufficienti a proseguire l'indagine, anche se il processo potrebbe richiedere mesi.
La chiusura di questa vicenda non è ancora vicina, ma il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha espresso la sua soddisfazione per l'azione della polizia, che ha dimostrato di voler dare risposte chiare anche nei casi interni. La sua dichiarazione, fatta durante l'inaugurazione dell'ufficio polmetro a Roma, ha sottolineato l'importanza di un sistema giustiziale che non si sottragga alle sue responsabilità. Tuttavia, la famiglia di Mansouri e la comunità milanese attendono che le autorità non si fermi davanti a nessun ostacolo, anche se le prove sembrano essere in grado di portare alla luce la verità. La strada è lunga, ma la determinazione di chi cerca giustizia potrebbe cambiare il destino di questa storia, anche se il prezzo pagato da Mansouri sarà sempre una ferita nella memoria di chi lo ha conosciuto.
Fonte: La Stampa Articolo originale
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