11 mar 2026

Pusher spacciavano droga da San Basilio a Piazza Navona: condannati a oltre un secolo

La droga era diventata un business senza sosta, circolando nelle strade di Roma a notte fonda, tra i quartieri più vivaci e i luoghi simbolo della movida.

27 febbraio 2026 | 11:34 | 5 min di lettura
Pusher spacciavano droga da San Basilio a Piazza Navona: condannati a oltre un secolo
Foto: RomaToday

La droga era diventata un business senza sosta, circolando nelle strade di Roma a notte fonda, tra i quartieri più vivaci e i luoghi simbolo della movida. Alessio Capogna, un uomo con radici in un mondo delinquenziale storico, ha gestito per anni un'organizzazione che distribuiva crack e cocaina in aree centrali come piazza Navona e piazza del Fico, ma anche in quartieri periferici come Montesacro e Talenti. L'operazione che ha portato alla sua condanna, avvenuta ieri in un processo con rito abbreviato, ha svelato un sistema complesso e ben strutturato, che ha generato un flusso di lucro giornaliero di circa cinquemila euro. Il sistema era stato smascherato in primavera dello scorso anno da un maxi blitz coordinato da carabinieri e antimafia, che ha portato all'arresto di 18 persone, di cui 8 sono finite in carcere. La sentenza, che ha visto condanne complessive superiori ai cento anni di carcere, rappresenta un colpo duro per un'organizzazione che aveva radici in famiglia, legata a personaggi noti del narcotraffico romano. La notizia ha suscitato scalpore, non solo per la gravità degli episodi, ma anche per il ruolo di un uomo che, pur non essendo direttamente legato ai pentiti Simone e Fabrizio Capogna, ha comunque tratto vantaggio da un sistema di potere già esistente.

L'organizzazione di Capogna era un esempio di come il narcotraffico possa adattarsi alle tecnologie moderne per eludere i controlli. Il sistema operativo era basato su un centralino attivo 24 ore su 24, che permetteva di gestire ordini e consegne in tempo reale, anche durante le ore più tarde. Per comunicare, i membri del gruppo utilizzavano la piattaforma criptata Wikr, un'applicazione che permette di scambiare messaggi senza tracciabilità, rendendo difficile per le forze dell'ordine intercettare le conversazioni. Le intercettazioni, però, hanno rivelato non solo l'efficienza del sistema, ma anche la violenza e la paura che regnavano all'interno del gruppo. Capogna, noto come "Lele", aveva un controllo totale su tutti i membri, spesso minacciando con violenze fisiche chi non rispettava le regole. Messaggi come "Se stasera manca qualcosa fratè, stasera gli spacco la testa" hanno dimostrato come la paura fosse il pilastro dell'organizzazione. La sua capacità di gestire un giro di droga che coinvolgeva centinaia di persone, tra studenti e professionisti, ha reso il sistema particolarmente pericoloso, poiché la droga arrivava in modo invisibile e continuo, sfruttando la complicità di chi era a contatto con le strade di Roma.

Il contesto di questa operazione si colloca in un quadro più ampio di una criminalità organizzata che ha radici profonde nella capitale. I Capogna, nonostante il nome familiare, non erano solo un'appendice del narcotraffico, ma un'entità a sé, che aveva trovato spazi per espandersi grazie alla complicità di alcuni membri della comunità. La famiglia, in particolare Simone e Fabrizio Capogna, era nota per aver gestito reti di spaccio su larga scala, ma Alessio, pur non essendo direttamente legato a loro, aveva sfruttato la loro reputazione per costruire un'organizzazione parallela. L'operazione che ha portato alla condanna di Capogna non è stata un evento isolato, ma parte di un'inchiesta più ampia che ha coinvolto diverse attività criminali. La polizia ha sottolineato come il sistema di Capogna fosse un esempio di come il narcotraffico possa adattarsi ai cambiamenti sociali e tecnologici, spostando la sua operatività verso il digitale per evitare i controlli tradizionali. Questo ha reso il sistema particolarmente difficile da smantellare, ma anche più pericoloso per le comunità, poiché la droga arrivava in modo invisibile, senza lasciare tracce evidenti.

Le conseguenze della condanna di Capogna e dei suoi sodali sono profonde, sia a livello sociale che giudiziario. La somma delle pene, che supera i cento anni, rappresenta un segnale forte da parte delle autorità, che hanno dimostrato la loro determinazione a combattere il narcotraffico anche in aree dove la criminalità ha radici antiche. Tuttavia, la condanna non risolve completamente il problema, poiché la struttura dell'organizzazione potrebbe essere riassegnata a nuovi soggetti, o il sistema potrebbe adattarsi a nuove forme di operatività. L'inchiesta ha anche evidenziato l'importanza di strumenti tecnologici come le intercettazioni digitali, che permettono di smascherare reti che altrimenti rimarrebbero nascoste. Inoltre, la condanna ha messo in luce la fragilità del sistema giudiziario, che, pur essendo in grado di infliggere punizioni severe, deve continuare a lavorare per prevenire la ricaduta di tali attività. L'organizzazione di Capogna era un esempio di come il narcotraffico possa esistere in una forma che non è più legata al tradizionale controllo territoriale, ma si basa su una logistica sofisticata e una capacità di adattamento alle nuove tecnologie.

Il futuro di questa operazione è incerto, ma il processo ha lasciato un'impronta significativa nel panorama della lotta contro il crimine organizzato. Le autorità hanno dichiarato che continueranno a monitorare le attività di soggetti che potrebbero tentare di riallineare la rete, anche se la condanna di Capogna e dei suoi complici è un successo. La comunità romana, però, rimane preoccupata per l'impatto sociale e economico di un sistema che ha sfruttato le strade della città per anni. L'inchiesta ha anche sollevato questioni sul ruolo delle tecnologie nel facilitare la criminalità, spingendo le istituzioni a rivedere le strategie di prevenzione. Nonostante le condanne, il sistema di Capogna è un monito per il futuro, che dovrà affrontare nuove sfide nella lotta al narcotraffico. La sentenza è un passo avanti, ma non un'arma definitiva, poiché il crimine, come dimostrato, ha la capacità di reinventarsi e sopravvivere anche alle punizioni più severe.

Fonte: RomaToday Articolo originale

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