11 mar 2026

Prezzo del petrolio salito dopo attacco a Iran

L'escalata di tensioni tra gli Stati Uniti, l'Israele e l'Iran ha acceso un nuovo capitolo di una crisi geopolitica che mette a rischio la stabilità del mercato del petrolio.

02 marzo 2026 | 07:28 | 5 min di lettura
Prezzo del petrolio salito dopo attacco a Iran
Foto: El País

L'escalata di tensioni tra gli Stati Uniti, l'Israele e l'Iran ha acceso un nuovo capitolo di una crisi geopolitica che mette a rischio la stabilità del mercato del petrolio. L'offensiva lanciata nel fine settimana da Washington e Tel Aviv, mirata a colpire infrastrutture iraniane e forze militari, ha messo al centro l'importanza strategica del Golfo Persico. Il focus si è concentrato sullo stretto di Ormuz, la via marittima che permette il trasporto del 20% del petrolio mondiale e del 20% del gas naturale liquefatto. Sebbene il passaggio non sia stato bloccato, la Guardia Revolucionaria iraniana ha lanciato un avvertimento: il transito marittimo nella zona non è più sicuro, e i petroleri stanno evitando di attraversarla per ridurre i rischi. Questo scenario ha generato preoccupazioni globali, con i prezzi del petrolio che hanno raggiunto un aumento del 13% nella notte europea, sebbene poi si siano moderati al 6%. Il timore di un conflitto che si espande e provoca una interruzione significativa del flusso di greggio ha alimentato la speculazione e la cautela tra produttori, trasportatori e assicuratori.

La situazione si è ulteriormente complicata quando l'Amministrazione Trump ha annunciato una serie di attacchi mirati a infrastrutture iraniane, tra cui tre navi petrolifere statunitensi e britanniche. Il Dipartimento di Trasporti degli Stati Uniti ha quindi raccomandato ai merci di evitare di navigare attraverso lo stretto di Ormuz, il Golfo Persico, il Golfo di Omán e il Mar Arabico. Questo provvedimento ha ridotto il traffico di greggio, con analisti come quelli della Goldman Sachs che hanno segnalato una significativa interruzione del trasporto. Nonostante l'assenza di danni confermati nella produzione o nella infrastruttura di esportazione, la tensione ha creato un clima di incertezza. Secondo il portavoce di Rystad Energy, Jorge León, la conseguenza immediata è l'interruzione del trasporto di 15 milioni di barili al giorno, un volume che potrebbe portare i prezzi del petrolio a salire fino a 90 dollari al barile. Morgan Stanley, invece, ha rivisto al rialzo le previsioni per il Brent, portandole a 80 dollari al barile per il secondo trimestre.

Il contesto geopolitico del Golfo Persico è stato sempre cruciale per la stabilità del mercato del petrolio. Lo stretto di Ormuz, controllato da Iran, è la via principale per il trasporto di circa 14,5 milioni di barili di greggio al giorno, di cui il 90% diretto in Asia, il 4% in Europa, il 4% in America e il 2% in Africa. L'ubicazione strategica del Paese ha reso l'Iran un attore chiave nel controllo del flusso energetico globale. Tuttavia, la sua posizione ha anche reso il Paese un bersaglio privilegiato per le azioni di guerra. La produzione iraniana, che arriva a circa 3,3 milioni di barili al giorno (il 3% del totale mondiale), è influenzata da fattori interni e esterni, tra cui le sanzioni e la capacità di resistere a un conflitto. L'OPEP+, che ha deciso di incrementare la produzione di 206.000 barili al giorno per aprile, non ha potuto compensare la riduzione del traffico marittimo, rendendo più complessa la gestione del mercato.

L'analisi dei rischi per i mercati energetici evidenzia un'ipotesi di crisi simile a quella del 1973, quando l'embargo petrolifero orientale ha portato i prezzi a salire del 300%. Alan Gelder, esperto di Wood Mackenzie, ha ritenuto che il prezzo attuale potrebbe raggiungere 90 dollari al barile entro il 2026, un livello che potrebbe diventare preoccupante per l'inflazione globale. Gli analisti del mercato, come Rong Ren Goh di Eastspring Investments, hanno sottolineato che la tensione crescente e la possibilità di un conflitto prolungato potrebbero portare a un shock di prezzo, a meno che non si verifichi una distensione. La complessità del sistema politico iraniano, con la sua base ideologica e il potere della Guardia Revolucionaria, rende incerto il futuro del Paese. Questo incertezzo ha reso più difficile prevedere l'evoluzione dei prezzi, che già segnano un aumento del 25% nel corso dell'anno.

La situazione sembra destinata a rimanere in sospeso, con il rischio di un conflitto che potrebbe protrarsi per settimane o mesi. Donald Trump, che ha dichiarato che gli Stati Uniti continueranno gli attacchi fino a quando non saranno raggiunti tutti gli obiettivi, ha previsto un conflitto che potrebbe durare fino a quattro settimane. I mercati, tuttavia, hanno accolto l'ipotesi di un recupero rapido del traffico marittimo o di una desescalation diplomatica. Secondo Citigroup, il prezzo del Brent potrebbe oscillare tra 80 e 90 dollari al barile, a meno che non si verifichi un cambiamento nel leadership iraniano o un'interruzione del programma nucleare. Se invece il conflitto si protrarrà, i prezzi potrebbero rimanere elevati, con conseguenze per l'economia globale. La riduzione della pressione sul mercato dipenderà da una soluzione rapida, ma la mancanza di segnali di distensione aumenta il rischio di un'escalation. Il destino del petrolio e della stabilità energetica mondiale appare ora legato a una serie di fattori complessi, tra cui le mosse strategiche di Washington, Tel Aviv e Teheran.

Fonte: El País Articolo originale

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