Politica della resa
Un periodista americano mi chiese una volta qual è la parola che meglio rappresenta il mio paese. Risposi senza esitare: "resignazione".
Un periodista americano mi chiese una volta qual è la parola che meglio rappresenta il mio paese. Risposi senza esitare: "resignazione". Allora pensavo ai livelli elevati di disoccupazione, all'erosione delle politiche pubbliche, a quel senso di quiete densa che si instaura quando l'apatia diventa abitudine. Non solo nella società civile, ma anche nella classe politica. Non immaginavo quanto questa parola sarebbe diventata il riflesso del clima morale di questi giorni. La parola "resignazione" non è solo un concetto astratto, ma un'esperienza concreta vissuta da milioni di cittadini che ogni giorno si confrontano con un sistema pubblico in crisi, con un'infrastruttura che sembra non riuscire a garantire neppure la base minima del servizio. La questione non riguarda solo la mancanza di risorse o di pianificazione, ma un'abitudine a convivere con l'incertezza, a non reagire davanti a un problema che sembra insormontabile.
Nel recente passato, tornando da un incontro di lavoro, un volo da Bilbao a Barcellona fu cancellato senza spiegazioni. Dopo ore di attesa, l'unica opzione rimase un autobus improvvisato che ci portava all'aeroporto. Otto ore di viaggio in silenzio, senza neppure un bicchiere d'acqua. Nessuno protestò, nessuno si preoccupò di chiedere un motivo. Dopo alcuni giorni, in un'assemblea, una collega scrisse su WhatsApp: "Non mi aspettate, sono sull'AVE da Madrid a Barcellona e nessuno sa quando arriverò". Non parlo dei giorni successivi agli incidenti di Adamuz e Gelida, ma di un episodio che si è verificato anche ieri. La normalità sembra essere diventata la mancanza di controllo, la capacità di accettare che ogni spostamento, ogni trasferimento, ogni attesa possa essere interrotto senza preavviso. La società ha imparato a convivere con l'incertezza come se fosse un tratto naturale del paesaggio.
La situazione è ancora più drammatica per le 400.000 persone che ogni giorno utilizzano la rete Rodalies, il sistema ferroviario regionale. Per loro, non solo non si sa mai quando arriverà il treno, ma spesso nemmeno se partirà. I tempi di percorrenza sono aumentati in modo esponenziale, con un impatto devastante sulla qualità della vita. Mentre i servizi pubblici si degradano, le proteste si riducono a pochi migliaia di partecipanti, come nel caso della manifestazione a Barcellona che richiedeva un trasporto dignitoso. La discrepanza tra la gravità del problema e la reazione collettiva è eloquente. La domanda che sussurra in fondo al cuore è: come possiamo accettare questa forma di indifferenza? La risposta sembra essere un'abitudine, una cultura di non reagire, di non credere che un cambiamento sia possibile.
La società vive come se l'eccezionalità fosse diventata norma. Quando l'ambiente sembra incontrollabile, si genera una sensazione di impotenza, una convinzione intima che niente cambierà, indipendentemente da quanto si faccia. Questo meccanismo di difesa, però, paralizza l'azione e erode la speranza di un futuro migliore. Hannah Arendt, nella sua analisi della resistenza francese, raccontò che quando i prigionieri ebrei furono offerti la possibilità di fuggire, solo il 5% accettò. Il resto non credeva che fosse possibile salvarsi e non lo tentò, finendo inutilmente nelle camere a gas. Oggi, in un contesto simile, chi vive in un ambiente percepito come irrimediabile si trasforma in un individuo passivo, che non si sente in grado di agire. Questo stato di cose si amplifica quando la tecnologia ci separa, quando protestiamo individualmente sui social network, ma non ci uniamo con chi condivide il nostro viaggio, la nostra fila, il nostro dolore. La solitudine, accompagnata da questa disconnessione, rafforza la passività.
L'eco della rivolta Indignaos di Stéphane Hessel suona oggi come un richiamo distante, ma resta un segnale di un cammino che dobbiamo riprendere. Nel 2010, la crisi economica scatenò movimenti di protesta che costrinsero i governi a svegliarsi da una forma di autocomplacenza. Oggi, il rischio è che il caos diventi norma, e che la disorganizzazione si installi definitivamente come un'abitudine. La sfida è riconquistare la capacità di intervenire, di agire radicalmente prima che il disordine si rafforzi. L'alternativa è un futuro in cui l'indifferenza e la passività saranno il volto del paese. L'azione collettiva, però, rimane l'unica via per rompere il ciclo. Se la società non si organizza, se non si riconosce la propria voce, il rischio è che il silenzio diventi una forma di abbandono. Il momento per agire non è mai stato così urgente.
Fonte: El País Articolo originale
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