11 mar 2026

Più di 800 dipendenti Google chiedono di cancellare ogni contratto con ICE e CBP

La petizione si inserisce in un contesto di crescente tensione tra le autorità immigrazione e il pubblico, alimentato da un aumento delle deportazioni e proteste di massa durante l'amministrazione Trump.

06 febbraio 2026 | 20:25 | 4 min di lettura
Più di 800 dipendenti Google chiedono di cancellare ogni contratto con ICE e CBP
Foto: Wired

Un gruppo di oltre 880 dipendenti e collaboratori di Google ha lanciato una petizione questa settimana, chiedendo al colosso tecnologico di rivelare e annullare eventuali contratti con le autorità immigrazione degli Stati Uniti. La richiesta, presentata venerdì, mira a pressare l'azienda affinché abbandoni qualsiasi collaborazione con il Dipartimento di Sicurezza Interna (DHS), che include l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e la Customs and Border Protection (CBP). I lavoratori, che si dichiarano "vivamente contrari" alle attività tecnologiche del gruppo, hanno sottolineato la propria preoccupazione per l'uso di strumenti sviluppati da Google per supportare la violenza statale a livello globale. La petizione, sostenuta da un gruppo di dipendenti chiamato No Tech for Apartheid, riconosce un legame tra la tecnologia e l'abuso di potere da parte delle autorità, mettendo in discussione la responsabilità etica delle aziende tech nel fornire strumenti che potrebbero essere utilizzati per persecuzioni o repressioni. La richiesta ha suscitato interesse nel settore tecnologico, nonostante Google abbia rifiutato di commentare direttamente le richieste, mentre un portavoce anonimo ha affermato che i prodotti in questione sono tecnologie di base, disponibili a qualsiasi cliente.

La petizione si inserisce in un contesto di crescente tensione tra le autorità immigrazione e il pubblico, alimentato da un aumento delle deportazioni e proteste di massa durante l'amministrazione Trump. Negli ultimi mesi, le operazioni di espulsione di immigrati hanno suscitato reazioni forti, culminate in episodi drammatici come la sparatoria di due cittadini statunitensi da parte di agenti federali a Minneapolis. Gli eventi, registrati in video e diffusi in rete, hanno acceso un dibattito nazionale sulle pratiche dell'ICE, con il governo e il Congresso che negoziavano modifiche alle strategie di enforcement. Tuttavia, il dibattito non è limitato al settore pubblico: anche aziende tecnologiche come Google, Amazon e Palantir, che forniscono software e hardware a enti governativi, hanno visto sorgere critiche interne. Molti dipendenti hanno espresso preoccupazioni su come i loro prodotti possano essere utilizzati per sorveglianza o repressione, con alcuni che hanno chiesto chiarimenti sull'impiego di tecnologie in contesti di violenza.

La situazione si è complicata ulteriormente con l'ingresso di nuove pressioni, tra cui la petizione di Google. Questa iniziativa, organizzata da No Tech for Apartheid, richiede al management di Google di riconoscere l'urgenza delle recenti proteste e di chiarire eventuali collaborazioni con le autorità immigrazione. Tra i punti principali della petizione figura la richiesta di un dibattito interno tra i dipendenti sulle linee guida per vendere tecnologie a enti governativi, nonché l'obbligo per Google di proteggere i propri lavoratori, considerando che agenti di immigrazione hanno recentemente bersaglio un'area vicina a un centro dati in costruzione di Meta. L'obiettivo è spingere il gruppo a prendere posizione pubblicamente a favore di riforme urgenti nelle politiche di enforcement immigrazione, un tema che ha visto crescere il movimento di opposizione nel settore tecnologico.

Le implicazioni di questa petizione si estendono ben al di là di Google, riflettendo un dibattito più ampio sul ruolo delle aziende tech nel supportare il potere statale. Mentre alcune aziende si difendono affermando che i contratti sono gestiti da intermediari e non sempre si può tracciare l'uso effettivo delle tecnologie, altre hanno già subito pressioni da parte di dipendenti e attivisti. Nel 2019, quasi 1.500 lavoratori di Google avevano richiesto la sospensione della collaborazione con l'ICE, denunciando abusi umanitari. Anche il settore AI interno a Google ha sollevato interrogativi su come prevenire raid da parte dell'ICE, senza ricevere risposte soddisfacenti. Simili preoccupazioni sono emerse anche da Palantir, dove dipendenti hanno interpellato internamente il management su eventuali usi delle tecnologie per repressione. La pressione si è intensificata con una lettera sottoscritta da oltre 1.000 professionisti del settore, che hanno chiesto alle aziende di interrompere le relazioni con l'agenzia. Questi episodi segnalano una crescente coscienza etica tra i lavoratori tecnici, che chiedono maggiore trasparenza e responsabilità da parte delle aziende.

La richiesta di Google di rivelare eventuali contratti con le autorità immigrazione rappresenta un passo significativo in un dibattito che coinvolge non solo le aziende tecnologiche ma anche il ruolo delle istituzioni. Mentre il governo e il Congresso cercano di trovare un equilibrio tra sicurezza nazionale e diritti umani, le aziende devono affrontare la pressione da parte di dipendenti e attivisti che chiedono un uso più responsabile delle tecnologie. La decisione di Google potrebbe influenzare il comportamento di altre aziende, spingendole a rivedere le proprie politiche di collaborazione con enti governativi. Tuttavia, la strada è ancora lunga: il dibattito richiede non solo una revisione delle pratiche aziendali ma anche una riconsiderazione del ruolo della tecnologia nel potere statale. L'evoluzione di questa questione potrebbe segnare un cambiamento profondo nel rapporto tra industria e governance, con conseguenze che si estenderanno al settore tecnologico e alle politiche pubbliche.

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