Perché mio figlio è abbandonato a morire in strada?
Madeline Till, una terapeuta psicologica, racconta una storia drammatica che svela le fragilità del sistema sanitario e sociale italiano. La sua famiglia ha adottato Abraham, un bambino di due anni, credendo di potergli offrire una vita migliore.
Madeline Till, una terapeuta psicologica, racconta una storia drammatica che svela le fragilità del sistema sanitario e sociale italiano. La sua famiglia ha adottato Abraham, un bambino di due anni, credendo di potergli offrire una vita migliore. Abi, come lo chiamavano, era un ragazzo brillante e curioso che cresceva in un adolescente gentile e popolare, un eccellente studente che ottenne una borsa di studio per l'Università del Michigan. Tuttavia, durante l'ultimo anno del liceo, il comportamento di Abi si fece inspiegabile. Cominciò a distruggere le fotografie della famiglia, bruciarle in un rito che definì come "rituale della morte", dichiarò di essere un profeta di Dio e rubò le auto della famiglia. Due dei figli adottivi vivevano a casa, e ogni giorno la famiglia si svegliava con il terrore di scoprire cosa fosse successo durante la notte. Abi fu diagnosticato con schizofrenia, ma come spesso accade, non riconosceva la sua malattia. Nessun intervento psichiatrico, nessuna azione della polizia riuscì a convincerlo a cercare aiuto. Quando Abi compì diciotto anni, divenne un adulto ai fini legali, e la famiglia perse ogni influenza su di lui. Oggi, dopo tre anni, Abi vive in condizioni di povertà estrema, dorme in parcheggi, tende la mano per pochi spiccioli e non torna a casa neppure per un pasto o un farmaco.
La situazione si è aggravata con il passare del tempo. Ogni pochi mesi, Abi si agita e viene ricoverato in ospedale. I medici lo trattano con farmaci che lo calmano temporaneamente, lo dichiarano "stabile" e lo rilasciano sulle strade, dove è esposto a notti invernali gelide senza supporto, spesso senza scarpe o giacche. Questo non è un esempio anonimo di homeless, ma una realtà locale e relazionale, che si svolge sotto gli occhi dei vecchi amici, insegnanti e allenatori del calcio. Nessuno sa come aiutarlo, non più di quanto non sapesse la famiglia. In un momento di profonda disperazione, Madeline si è chiesta se Abi avesse potuto essere malato di cancro, nonostante sappia che non è mai stato un desiderio sincero. Ha visto le reazioni di soccorso nei confronti di una malattia come il cancro, con urgenza, empatia e impegno. Quando una ragazza di un'amica ha terminato il trattamento, la struttura ospedaliera ha celebrato il momento con un campanello, e tutti si sono messi a applaudire. Non esiste un simile rito per i pazienti con disturbi mentali, che passano inerti e vulnerabili le stagioni più dure.
La crisi si è intensificata a partire dal 1 gradi gennaio 2024, quando Abi ha frequentato almeno venti volte i pronto soccorso. A volte la famiglia riesce a raggiungerlo in tempo, ma sa bene che, una volta medicato, Abi sarà nuovamente rilasciato senza farmaci, appuntamenti o istruzioni che possa seguire. In un'ultima visita a novembre, Abi ha espresso la sua confusione: non sa dove andare, non ha i mezzi per raggiungere la farmacia, non ha neppure una borsa. Quando ha chiesto a un operatore sociale di interventi più completi, ha ricevuto un gesto di disinteresse: "Signora, capisco come si sente, ma non possiamo fare niente". Madeline, pur preparata a questa risposta, ha urlato: "Sa come mi sento? Ha un figlio mentalmente malato, senza casa, che non riesce a tenersi vivo perché nessuno interviene se non è violento o in pericolo?" La normativa HIPAA, che protegge la privacy dei pazienti, aggiunge un paradosso crudele. Medici, amministratori ospedalieri e operatori sociali ignorano le preoccupazioni della famiglia, nonostante sappiano che Abi non possa gestire la sua salute da solo.
Il sistema giudiziario del loro sobborgo agisce in modo inadeguato, emettendo citazioni per reati come l'accesso illegale o comportamenti indecenti, che Abi non riesce a rispettare. La famiglia ha chiesto ai poliziotti di intervenire o arrestare Abi, ma un caposquadra ha risposto: "Inviare ulteriori comunicazioni al patronato del comune". Madeline conosce il blocco burocratico, ma ritiene che si tratti di un fallimento umano. Alcuni angeli emergono, spesso quelli con meno potere. Proprietari di negozi immigrazione offrono cibo o vestiti a Abi, esprimendo disappunto per la mancanza di attenzione verso la salute mentale. Li invitano a mandare Abi in Etiopia, dove sarebbe più protetto. L'ironia è insostenibile: la famiglia adottò Abi credendo che gli Stati Uniti lo proteggerebbero, ma i sistemi lo rilasciano in pericolo, nonostante i diritti formali che non lo salvano. Un psichiatra ha espresso con fermezza: "Il mio figlio potrebbe morire con i suoi diritti".
Madeline chiede un cambiamento radicale: non tornare ai manicomi abusivi del passato, ma rivedere il concetto di autonomia individuale. Se qualcuno è così malato da non poter gestire la propria vita, dovrebbe essere possibile per il sistema intervenire, non solo per motivi di privacy. La salute mentale deve essere trattata con la stessa urgenza e serietà di qualsiasi altra malattia letale. Occorre terapeuti determinati, operatori sociali che vadano oltre i protocolli, poliziotti che non si limitino a ignorare, giudici che comprendano l'impotenza delle citazioni. Infine, i piani di dimissione ospedalieri devono sostenere i pazienti, non abbandonarli. Madeline desidera che la vita di suo figlio sia considerata degna di essere salvata. La sua storia è un appello per un sistema che non abbandoni mai nessuno, soprattutto quando la malattia è invisibile e i diritti non bastano a proteggere chi ne ha bisogno.
Fonte: The New York Times Articolo originale
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