11 mar 2026

Netanyahu riscrive i termini del cessate il fuoco in Gaza

Netanyahu insiste sul disarmo di Hamas anziché la ricostruzione di Gaza, alimentando tensioni. Esperti preoccupati per il blocco della pace e la crisi umanitaria.

29 gennaio 2026 | 07:57 | 4 min di lettura
Netanyahu riscrive i termini del cessate il fuoco in Gaza
Foto: El País

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha riaffermato con decisione, in un dibattito parlamentare, che la prossima fase del cessate il fuoco tra Israele e Hamas non riguarderà la ricostruzione della Striscia di Gaza, ma piuttosto il disarmo totale del movimento islamico e la desmilitarizzazione della regione. Questa posizione, esplicitata più volte durante le ultime settimane, ha suscitato preoccupazioni tra esperti e osservatori internazionali, che temono una escalation delle tensioni e un blocco della via alla pace. Netanyahu ha sottolineato che il disarmo di Hamas è condizione indispensabile per garantire la sicurezza israeliana, rifiutando qualsiasi ipotesi di un futuro stato palestinese. La sua dichiarazione si inserisce in un contesto di crescente tensione, con Israele che continua a condurre operazioni militari e a lanciare bombe ogni giorno, nonostante l'accordo di tregua firmato a ottobre. L'obiettivo del premier è rafforzare la posizione di Israele nei confronti dei suoi alleati, inclusi i gruppi estremisti all'interno della coalizione, che chiedono una "pulizia etnica" di Gaza.

Le posizioni di Netanyahu sono state sostenute da Donald Trump, che ha ribadito nel dicembre scorso il suo sostegno al piano di tregua e ha minacciato di intervenire direttamente se Hamas non si disarmasse. Il presidente statunitense ha però abbandonato la sua iniziale proposta di un piano internazionale di sicurezza, che prevedeva un'esenzione di Israele da alcune restrizioni e nuove ritirate. Invece, Trump ha sottolineato l'importanza di un accordo che permetta a Israele di mantenere il controllo su Gaza, anche se il piano originario contemplava un ruolo più attivo per forze esterne. Questo contrasto tra le posizioni di Trump e quelle di Netanyahu ha creato un clima di incertezza, con la comunità internazionale che si chiede se il piano di tregua possa sopravvivere alle pressioni politiche e militari. Gli esperti, sia israeliani che palestinesi, hanno avvertito che il focus sul disarmo potrebbe portare il conflitto verso un vicolo cieco, rendendo impossibile un accordo duraturo.

L'accordo di tregua, firmato a ottobre, prevedeva un'apertura dei passaggi terrestri e marittimi per il trasferimento di aiuti umanitari, con un'indicazione di almeno 600 camion al giorno. Tuttavia, Israele ha rifiutato di aderire a questa formula, riducendo il numero di veicoli consentiti in base agli avanzamenti nella liberazione dei prigionieri. Al momento, il numero effettivo di camion entrati in Gaza è di 261 al giorno, un dato che non soddisfa le esigenze di una popolazione che vive in condizioni di grave degrado. La comunità internazionale ha espresso preoccupazione per la mancanza di progressi nella distribuzione di beni essenziali, come medicine e cibo, nonostante le promesse di aiuti. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che gran parte degli aiuti non arriva ai bisognosi, ma viene utilizzata per scopi commerciali, con prezzi esorbitanti. Solo recentemente, grazie a un accordo con l'ONU, sono stati permessi l'ingresso di kit per l'istruzione dei bambini, un segno di una possibile normalizzazione, ma purtroppo limitata.

La desmilitarizzazione di Gaza e il disarmo di Hamas sono concetti vaghi che, se implementati, potrebbero portare a una completa sottomissione del movimento islamico, ma non a una soluzione duratura per la popolazione palestinese. Molti dei residenti della Striscia vivono in aree controllate da Hamas, dove le condizioni di vita sono estremamente precarie. Il piano di ricostruzione, presentato da Jared Kushner, figlio del presidente Usa, durante un convegno a Davos, promette un'immagine di progresso e sviluppo, ma si basa su un'ipotesi di desmilitarizzazione che non è mai stata concretizzata. La ricostruzione, che dovrebbe iniziare a Rafah, un'area controllata da Israele, è in realtà accompagnata da demolizioni e distruggere le infrastrutture, riducendo ulteriormente le possibilità di un futuro migliore per i palestinesi. L'idea di un'entità palestinese autonoma, che era parte originale del piano di tregua, è stata abbandonata, lasciando i palestinesi senza un'alternativa reale.

Le prospettive per il conflitto sembrano essere sempre più incerte. Gli esperti sottolineano che il piano di tregua non è più un accordo, ma un insieme di compromessi contraddittori che non risolvono le radici del conflitto. Netanyahu, con la sua politica di pressione e controllo, sembra non aver intenzione di mollare, anche se la comunità internazionale ha espresso la necessità di un intervento più deciso. La questione del disarmo e della desmilitarizzazione rimane un punto cruciale, ma senza un piano concreto per il futuro della Striscia, è difficile immaginare un'esito positivo. La popolazione palestinese, ormai abituata a vivere in condizioni di emergenza, potrebbe essere costretta a rimanere in un'area ristretta, con la prospettiva di un'escalation di violenza. La situazione, così complessa, richiede un approccio diverso da parte di tutti i protagonisti, ma al momento sembra che nessuno abbia intenzione di modificare il corso delle cose.

Fonte: El País Articolo originale

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