Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023, condannata a sei anni di carcere in Iran
Narges Mohammadi, vincitrice del Nobel per la pace, è stata condannata a sei anni di carcere per "conspirazione" e propaganda, in un contesto di repressione iraniana. La sua salute è preoccupante, mentre l'ONU e Amnesty denunciano maltrattamenti e condanne politiche.
Narges Mohammadi, la militante per i diritti umani e vincitrice del premio Nobel per la pace 2023, è stata condannata a sei anni di carcere per "riunione e collusione per commettere crimini" e a un anno e mezzo per attività di propaganda, ha riferito il suo avvocato Mostafa Nili su X il 8 febbraio. La sentenza, che include un divieto di lasciare il Paese per due anni, è stata annunciata in un contesto di crescente repressione da parte delle autorità iraniane, che hanno continuato a perseguitare chi si oppone al regime. Mohammadi, una donna di 53 anni, ha interrotto una sua grève della fame il 6 febbraio, dopo sei giorni di protesta per la sua detenzione illegale, le condizioni di carcere disumane e il rifiuto di contatti con la famiglia o gli avvocati. Il suo stato di salute è stato descritto come "molto preoccupante", con un intervento ospedaliero avvenuto tre giorni prima del ritorno al centro di detenzione. La militante ha avviato la sua battaglia per i diritti umani anche in un momento in cui il Paese era in preda a una crisi sociale e politica, con proteste reprimendosi con violenza.
La sentenza di Mohammadi arriva in un periodo in cui le autorità iraniane hanno intensificato le repressioni contro chi si esprime in modo critico, in particolare dopo il movimento di protesta che ha segnato l'autunno 2022. La militante, arrestata il 12 dicembre scorso insieme ad altri attivisti, era stata messa in isolamento nella prigione di Mashhad, nell'est del Paese, dopo aver partecipato a una cerimonia in onore di un avvocato trovato morto. Il suo arresto è avvenuto in un momento in cui le forze di sicurezza avevano già iniziato a reprimere i manifestanti, con un'ondata di violenze che ha causato molte vittime. I suoi sostenitori sostengono che il divieto di chiamate e il rifiuto di visite siano strategie per silenziarla, preoccupati che possa parlare del movimento di contestazione. Mohammadi, però, ha sempre rifiutato di smettere di difendere i diritti umani, anche quando era in carcere, un impegno che le ha valso il riconoscimento internazionale.
La vicenda di Mohammadi si colloca in un contesto di tensioni internazionali, con l'Iran che ha rifiutato di rispettare le norme di libertà di espressione e di associazione. Amnesty International ha denunciato atti di tortura e maltrattamenti durante il suo arresto, tra cui la violenza fisica subita. La sua famiglia ha riferito che, dopo l'arresto violento, le autorità le hanno negato un esame medico indipendente, alimentando preoccupazioni per la sua salute. Mohammadi, che aveva già sperimentato detenzioni precedenti, è stata arrestata nel novembre 2021 e rilasciata in libertà provvisoria a fine 2024 per gravi problemi respiratori. Queste esperienze, unite a una lunga storia di attivismo, hanno reso la sua condanna un simbolo del conflitto tra il regime e chi si batte per i diritti. La sua famiglia, che vive a Parigi, ha ricevuto il premio Nobel in sua assenza a Oslo nel 2023, un gesto che ha rafforzato il suo ruolo come leader globale per i diritti umani.
La condanna di Mohammadi ha suscitato reazioni internazionali, con organizzazioni come Amnesty International che hanno condannato la repressione del regime e chiesto un'indagine indipendente. Le autorità iraniane, però, hanno rifiutato di commentare la sentenza, insistendo sull'obiettività della giustizia. Il caso ha anche suscitato preoccupazioni per la salute di una figura che ha sempre sostenuto la libertà di pensiero e la giustizia, nonostante le minacce. Il divieto di lasciare il Paese, insieme alla pena di sei anni, rappresenta un colpo durissimo per una donna che ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti. La sua condanna potrebbe avere conseguenze sulle relazioni internazionali, con l'Iran che si trova a dover affrontare critiche sempre più forti per il suo atteggiamento autoritario.
La situazione di Mohammadi rimane un punto di tensione nel contesto di un Paese in cui la repressione dei dissidenti è diventata un'abitudine. La sua famiglia, che non l'ha vista da oltre dieci anni, continua a sperare in un suo rilascio, pur sapendo che il regime non ha mai mostrato alcun interesse a liberare prigionieri politici. La sua storia, però, è diventata un simbolo della resistenza contro il potere, un esempio di come le battaglie per i diritti umani possano essere difficili ma indispensabili. Il futuro di Mohammadi, così come il destino di altri prigionieri di coscienza, dipende da una combinazione di pressioni internazionali, di solidarietà globale e di una volontà politica di cambiamento. Per il momento, la sua condanna rimane un segnale di quanto sia difficile combattere per la libertà in un Paese dove ogni voce critica è monitorata e repressa.
Fonte: Le Monde Articolo originale
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