11 mar 2026

Narges Mohammadi imprigionata in Iran: Comitato Nobel profondamente horrorizzato per l'arresto

La Norwegian Nobel Committee ha espresso un forte sconcerto per l'arresto violento di Narges Mohammadi, vincitrice del Nobel per la pace nel 2023, avvenuto il 12 dicembre a Machhad, nel nord-est dell'Iran.

11 febbraio 2026 | 23:51 | 5 min di lettura
Narges Mohammadi imprigionata in Iran: Comitato Nobel profondamente horrorizzato per l'arresto
Foto: Le Monde

La Norwegian Nobel Committee ha espresso un forte sconcerto per l'arresto violento di Narges Mohammadi, vincitrice del Nobel per la pace nel 2023, avvenuto il 12 dicembre a Machhad, nel nord-est dell'Iran. La donna, 53 anni, è stata ritenuta responsabile di un'azione di protesta durante una cerimonia commemorativa per un avvocato trovato morto, un episodio che ha acceso tensioni interne al Paese. L'organismo norvegese ha denunciato l'uso di metodi di tortura fisica e l'abuso di potere da parte delle autorità iraniane, sottolineando l'impatto negativo sull'incolumità fisica della prigioniera. L'istituzione ha ribadito la sua preoccupazione per le condizioni di detenzione e la salute fragile della donna, mettendo in luce un quadro di repressione che mette a rischio la vita di un'attivista conosciuta a livello internazionale. La richiesta di liberazione immediata e di accesso a cure mediche appropriate è stata formalizzata in un comunicato ufficiale, che ha rafforzato la posizione del comitato nel sostenere la causa di Mohammadi.

L'arresto di Narges Mohammadi si colloca in un contesto di intensificazione della repressione interna in Iran, un Paese che da tempo affronta critiche internazionali per i diritti umani. Secondo il comitato, la prigioniera è stata sottoposta a una serie di violenze durante l'arresto, tra cui frustate con bastoni, strattoni al capello che hanno causato la perdita di parte dei suoi capelli e ulteriori maltrattamenti all'interno di un veicolo. Le accuse di cui è stata condannata, per "rassemblement e collusion in vista di commettere crimini", hanno portato a una pena di sei anni di carcere, un termine che ha suscitato preoccupazioni per la sua salute, già compromessa da problemi respiratori. L'organismo ha anche segnalato che Mohammadi è stata rinchiusa in una cellula senza finestre, con un'illuminazione artificiale costante, un pavimento freddo e un materasso inadeguato, elementi che hanno aggravato le sue condizioni fisiche. Questi dettagli sono stati rivelati attraverso testimonianze di familiari e di osservatori esterni, che hanno condiviso informazioni sulla sua sofferenza e sulle conseguenze dei maltrattamenti subiti.

Narges Mohammadi è una figura centrale nel movimento per i diritti umani in Iran, dove ha dedicato anni alla difesa dei prigionieri politici e alla lotta per la libertà di espressione. La sua carriera è segnata da un'alternanza di arresti e rilasci, spesso legati alle sue attività di protesta. Dopo essere stata arrestata nel novembre 2021, è stata liberata nel dicembre 2024 a causa di gravi problemi polmonari, un episodio che ha rafforzato la sua immagine di combattente non armata. La sua prigionia attuale rappresenta un ulteriore episodio di un ciclo di repressione che il governo iraniano ha messo in atto negli ultimi anni, soprattutto in seguito agli sviluppi del programma nucleare del Paese. La sua condanna sembra essere parte di un tentativo di smorzare la sua influenza e di limitare la sua capacità di mobilitare solidarietà a livello globale, un aspetto che il comitato norvegese ha cercato di mettere in luce nel suo comunicato.

L'arresto di Mohammadi ha suscitato reazioni internazionali, con il comitato norvegese che ha rafforzato la sua posizione come voce di protesta per i diritti umani. L'organismo ha sottolineato l'importanza del caso non solo per la sua stessa persona, ma anche per il contesto più ampio della repressione in Iran, un Paese che ha visto un aumento delle detenzioni e delle persecuzioni da parte delle autorità. Le accuse rivolte a Mohammadi sono state interpretate come un'azione di prevenzione per limitare la sua capacità di agire in favore di altre vittime di abusi. Il comitato ha espresso preoccupazione per il fatto che la prigioniera, già in condizioni di salute critiche, abbia subito ulteriori violenze che potrebbero compromettere irreversibilmente la sua salute. Questa situazione ha acceso nuove discussioni su come il sistema internazionale possa rispondere a tali episodi, con il rischio di un aumento delle tensioni tra il regime iraniano e le potenze estere interessate al controllo del Paese.

La posizione del comitato norvegese rappresenta un passo significativo nell'ambito dei tentativi di sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale sulle violazioni dei diritti umani in Iran. La richiesta di liberazione immediata e di accesso a cure mediche ha rafforzato la posizione di Mohammadi come simbolo di resistenza non violenta. Tuttavia, il caso ha anche evidenziato le sfide di un'azione diplomatica in un contesto in cui il regime iraniano tende a minimizzare le preoccupazioni esterne. L'impatto di questa vicenda potrebbe essere ulteriore, con il rischio di un aumento delle pressioni su Teheran da parte di organismi internazionali e di governi che hanno espresso preoccupazioni per la situazione dei prigionieri politici. La situazione di Mohammadi resterà al centro delle discussioni, con il rischio di una escalation di tensioni che potrebbe coinvolgere anche le relazioni internazionali. Il comitato norvegese, con la sua posizione, ha cercato di sottolineare l'importanza di un intervento deciso per proteggere i diritti delle persone e per evitare ulteriori violazioni della sovranità e della dignità umana.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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