11 mar 2026

Massimo Adriatici, ex assessore leghista di Voghera, condannato a 12 anni per omicidio

Massimo Adriatici, ex assessore leghista, è stato condannato a 12 anni per l'omicidio di Younes El Boussettaoui, con sentenza superiore a quella richiesta. La famiglia esprime soddisfazione, mentre la difesa contesta la mancanza di riconoscimento della provocazione.

25 febbraio 2026 | 01:27 | 4 min di lettura
Massimo Adriatici, ex assessore leghista di Voghera, condannato a 12 anni per omicidio
Foto: La Stampa

Massimo Adriatici, ex assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, è stato condannato a 12 anni di carcere per l'omicidio volontario di Younes El Boussettaoui, un marocchino di 39 anni ucciso con un colpo di pistola in piazza Meardi a Voghera, nella provincia di Pavia, la sera del 18 febbraio 2022. La sentenza, emessa dal giudice Luigi Riganti, è arrivata dopo un processo celebrato a Pavia con rito abbreviato. L'accusa aveva richiesto una condanna a 11 anni e 4 mesi, ma il tribunale ha ritenuto che la pena fosse insufficiente a garantire la giustizia. Adriatici, accusato di aver sparato senza alcun motivo legittimo, è stato inoltre condannato al pagamento di una provvisionale di 380 mila euro, con 90 mila euro destinati ai genitori della vittima e 50 mila euro a testa per i fratelli e le sorelle di Younes. La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti: la famiglia della vittima ha espresso soddisfazione, mentre l'avvocato difensore ha espresso incredulità, affermando che la decisione sia distante dai precedenti giudiziari simili.

L'omicidio di Younes El Boussettaoui ha scosso la comunità locale e ha acceso dibattiti sull'uso della forza da parte di figure pubbliche. Secondo l'accusa, Adriatici era uscito di casa per svolgere un servizio di ronda armata e di pedinamento della vittima, un uomo senza fissa dimora con origini marocchine. Il 39enne, in una scena descritta come "molesto" da parte del capo d'imputazione, avrebbe colpito il politico al volto senza fissa dimora, un episodio che, secondo i legali della difesa, non è stato sufficientemente considerato nel processo. Adriatici, armato di una Beretta calibro 22 sfilata da sotto la camicia, avrebbe reagito sparando un colpo in canna, provocando la morte della vittima. La ricostruzione del fatto, supportata da un video che riprende la scena, ha suscitato controversie, in quanto alcuni elementi di provocazione non sono stati riconosciuti dal giudice. L'episodio ha riacceso il dibattito su come le figure istituzionali debbano gestire le situazioni di tensione in modo legittimo e rispettoso.

Il contesto del caso è legato alla complessa situazione sociale e politica della regione Lombardia, dove tensioni tra comunità e figure pubbliche sono spesso al centro di dibattiti pubblici. Massimo Adriatici, durante il suo mandato come assessore alla Sicurezza, aveva gestito questioni legate alla gestione del territorio e alla sicurezza urbana. La vittima, Younes El Boussettaoui, era un uomo senza fissa dimora che aveva vissuto in diverse città italiane, inclusa Voghera, dove aveva avuto contatti con organizzazioni locali e aveva partecipato a iniziative di inclusione sociale. La sua morte ha suscitato preoccupazioni per le condizioni di vita di chi vive in contesti marginali, ma anche per la mancanza di un dialogo tra le istituzioni e le comunità. Il processo, che ha visto la partecipazione di esperti e testimoni, ha evidenziato le sfide di un sistema giudiziario che deve bilanciare la giustizia con il rispetto delle libertà individuali.

L'analisi della sentenza rivela una serie di implicazioni che riguardano sia il sistema giudiziario italiano che il ruolo delle figure istituzionali. La condanna a 12 anni per Adriatici, superiore alla richiesta dell'accusa, suggerisce un tentativo di garantire una punizione proporzionata al reato commesso, ma ha suscitato critiche da parte dei legali della difesa, che hanno sottolineato l'assenza di riconoscimento della provocazione subita. L'uso della forza da parte di un funzionario pubblico, anche se in circostanze di tensione, è un tema delicato che richiede un'approfondita valutazione da parte delle autorità. Inoltre, la sentenza ha sollevato questioni sulla responsabilità civile e sull'importanza del risarcimento, che ha visto il giudice assegnare 380 mila euro per i familiari della vittima. Questo aspetto ha riacceso il dibattito sulle conseguenze economiche di un reato grave e sull'equità del sistema di risarcimento.

La chiusura del processo non segna la fine del dibattito, ma apre nuovi scenari. La famiglia della vittima, rappresentata da Bahija El Boussettaoui, una delle sorelle di Younes, ha espresso soddisfazione per la condanna ma ha ribadito il desiderio di vedere Adriatici in carcere. L'avvocato difensore, Luca Gastini, ha annunciato che il team legale intende ricorrere in Appello, sottolineando la necessità di un'analisi approfondita delle motivazioni della sentenza. Il processo, che ha visto la partecipazione di diversi gradi giudiziari, ha dimostrato la complessità di un caso che tocca temi di giustizia, responsabilità e diritti. La comunità, ora, dovrà affrontare le conseguenze di una sentenza che potrebbe influenzare future decisioni in ambito legale e sociale. La vicenda rimarrà un caso emblematico di come le scelte individuali possano intersecarsi con le responsabilità pubbliche, aprendo nuove riflessioni su come il sistema giudiziario possa bilanciare l'equità e la legittimità.

Fonte: La Stampa Articolo originale

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