11 mar 2026

Manifestazioni iraniane proseguono alle porte della nuova ronda di negoziazioni con gli Stati Uniti

Le proteste studentesche iraniane, in atto da cinque giorni, si diffondono al di fuori dei centri principali, alimentando preoccupazioni per una crisi di legittimità del regime. La tensione si accentua con i colloqui Usa-Iran a Ginebra, che potrebbero determinare il destino dell'accordo nucleare o un'azione militare, complicando ulteriore la situazione interna.

25 febbraio 2026 | 15:12 | 4 min di lettura
Manifestazioni iraniane proseguono alle porte della nuova ronda di negoziazioni con gli Stati Uniti
Foto: El País

Le proteste in diverse università iraniane hanno continuato il loro svolgimento per il quinto giorno consecutivo, con studenti che si sono radunati in piccoli gruppi in alcuni dei pochi campus che avevano ripreso le lezioni in presenza dopo la chiusura forzata di settimane. Le manifestazioni, iniziate a seguito della repressione delle proteste del mese di gennaio, hanno visto la partecipazione di decine o centinaia di studenti, ma si sono diffuse al di fuori dei due focolai iniziali di Teheran e Mashhad, estendendosi a città come Shiraz e Isfahán, che avevano svolto un ruolo centrale nelle grandi proteste del dicembre scorso. Nonostante la ridotta partecipazione rispetto alle manifestazioni del passato, le proteste rimangono un segnale di protesta significativo per un regime che vive una grave crisi di legittimità. La situazione si complica ulteriormente con l'imminente incontro tra i negoziatori iraniani e statunitensi a Ginebra, che potrebbe determinare il destino di un accordo nucleare o, in caso di fallimento, un'eventuale azione militare da parte degli Stati Uniti, a cui potrebbe unirsi Israele.

Le proteste, seppur limitate, hanno suscitato preoccupazione nel governo iraniano, che teme un ulteriore scatenamento di tensioni interne. Il fiscal generale, Mohammad Mohavedi, ha fatto riferimento alla possibile connessione tra le proteste e la politica estera degli Stati Uniti e di Israele, affermando che "certe correnti, sotto la direzione dell'enemy, hanno cercato di inflammarne l'ambiente interno". Tuttavia, alcune dichiarazioni di Mohavedi indicano un certo controllo, almeno per il momento, sulle misure di repressione. Il rischio di un ulteriore uso della forza potrebbe mettere a repentaglio le già scarse possibilità di un accordo con Washington, soprattutto se le proteste diventassero più estese o violenti. Inoltre, le autorità hanno riconosciuto la necessità di non esagerare nella repressione, in modo da non compromettere ulteriormente la posizione del paese sul piano internazionale.

Il contesto delle proteste risale alle manifestazioni di gennaio, quando le forze di sicurezza avevano represso in modo violento le rivolte studentesche, causando decine di morti. Secondo l'ONG Hrana, almeno 7.000 persone sarebbero state uccise, mentre il governo iraniano ha dichiarato un numero ufficiale di 3.117 vittime. Le tensioni si sono intensificate ulteriormente quando il presidente statunitense, Donald Trump, ha sostenuto che le vittime erano state 32.000, un dato che non è stato confermato da fonti iraniane. Questo dato, se vero, potrebbe servire come giustificazione per un'ipotetica azione militare degli Stati Uniti. Tuttavia, il governo iraniano ha cercato di minimizzare l'impatto delle proteste, sottolineando che le università restano chiuse e che i corsi sono stati spostati online. La repressione ha colpito soprattutto i giovani, molti dei quali sono stati arrestati e rinchiusi in carcere, con la richiesta di liberazione che è diventata uno dei motivi principali delle nuove proteste.

Le proteste attuali, sebbene limitate, hanno dimostrato una resistenza persistente da parte degli studenti, che continuano a esigere maggiore libertà e trasparenza. Il ministro della Scienza, Hossein Simaei, ha riconosciuto le proteste ma ha negato che rappresentino una "crisi", sottolineando che le università hanno ripreso le attività con una certa regolarità. Tuttavia, la presenza crescente di forze di sicurezza intorno ai campus e l'uso di armi pesanti, come quelle utilizzate durante la repressione di gennaio, segnalano una possibile escalation del conflitto. Inoltre, la chiusura di alcuni campus e la limitazione dell'accesso agli studenti hanno creato ulteriore tensione. L'Università Tecnologica Sharif, uno dei centri più prestigiosi del paese, ha visto la sua pagina web hackerata per mostrare il nome precedente alla rivoluzione del 1979, un gesto simbolico che ha suscitato reazioni tra i cittadini.

Le proteste, sebbene non siano esplose in una crisi totale, rappresentano un segnale di sfida al regime, che si trova a dover gestire contemporaneamente la pressione interna e le conseguenze delle tensioni internazionali. Il governo, pur cercando di mantenere un equilibrio tra repressione e dialogo, deve fare i conti con la crescente insoddisfazione del popolo, soprattutto tra i giovani. La situazione potrebbe evolversi in modo imprevedibile, con il rischio di nuove manifestazioni o di un aumento della repressione, che potrebbe ulteriormente isolare l'Iran sul piano internazionale. La prossima settimana, con il ritorno degli studenti ai campus e la preparazione per il nuovo anno accademico, sarà cruciale monitorare le reazioni del regime e la capacità degli studenti di mantenere la loro protesta nonostante le misure di controllo. La questione non si risolverà facilmente, ma il destino del paese sembra dipendere da come il governo riuscirà a gestire questa delicata situazione.

Fonte: El País Articolo originale

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