11 mar 2026

L'ONU prepara una convenzione sui crimini contro l'umanità

L'assemblea generale delle Nazioni Unite ha inaugurato a New York, il 19 gennaio, un processo diplomatico lungo tre anni e mezzo per la creazione di una nuova convenzione internazionale volta a prevenire e reprimere i crimini contro l'umanità.

06 febbraio 2026 | 18:27 | 5 min di lettura
L'ONU prepara una convenzione sui crimini contro l'umanità
Foto: Le Monde

L'assemblea generale delle Nazioni Unite ha inaugurato a New York, il 19 gennaio, un processo diplomatico lungo tre anni e mezzo per la creazione di una nuova convenzione internazionale volta a prevenire e reprimere i crimini contro l'umanità. L'incontro, che si svolgerà fino al 30 gennaio, rappresenta un passo decisivo nel tentativo di rafforzare il sistema giuridico globale, in un momento in cui il multilateralismo e il rispetto dei diritti umani sembrano essere minacciati da conflitti armati e abusi sistematici. L'obiettivo della convenzione è quello di fornire una definizione unica e vincolante dei crimini contro l'umanità, nonché di stabilire meccanismi concreti per la loro prevenzione e punizione. La proposta, che ha visto il sostegno di diversi Stati membri, è stata lanciata in seguito a una risoluzione approvata nell'ottobre 2024, grazie all'impegno del Messico e della Gambie. Questa iniziativa mira a colmare un vuoto giuridico che esiste da decenni, nonostante esistano già trattati specifici per il genocidio e la tortura, ma non per i crimini contro l'umanità, che rimangono un'area di ambiguità e incertezza nel diritto internazionale.

La discussione ha avuto luogo all'interno del Consiglio di Sicurezza e dell'Assemblea generale, con l'obiettivo di raggiungere un accordo su una definizione universale dei crimini contro l'umanità. La professoressa Leila Sadat, esperta di diritto penale internazionale all'università di Washington, ha sottolineato l'importanza del lavoro svolto durante la conferenza, definendolo un "impegno globale verso le valori di pace e giustizia" che l'ONU è nata per promuovere. Secondo Sadat, la convenzione potrebbe diventare uno strumento fondamentale per garantire l'accountability di chi commette abusi sistematici, anche quando non si tratta di Stati sovrani ma di gruppi armati o individui che agiscono con il sostegno di poteri centrali. Tra i temi dibattuti ci sono stati anche la definizione precisa dei reati, la responsabilità degli Stati membri e il ruolo delle organizzazioni internazionali nel monitoraggio e nell'applicazione delle sanzioni. La sfida principale, però, resta il raggiungere un consenso tra Paesi con visioni divergenti sulle questioni di sicurezza e diritti umani, soprattutto in un contesto di crescente polarizzazione politica.

Il vuolo di una convenzione specifica per i crimini contro l'umanità non è un fenomeno nuovo, ma ha visto un'accelerazione negli ultimi anni, in seguito a eventi come la guerra in Ucraina, il conflitto nel Medio Oriente e le violenze in Africa. La mancanza di un testo giuridico unico ha permesso a diversi Stati di evitare il rispetto delle norme internazionali, spesso in nome della sovranità nazionale o della sicurezza interna. Le convenzioni esistenti, come quelle di Ginevra e di La Haye, coprono il genocidio, i crimini di guerra e la tortura, ma non sono sufficienti a gestire casi complessi in cui i reati non si limitano a un solo atto o contesto. Ad esempio, le operazioni di polizia o le attività di sicurezza in contesti di crisi possono entrare in conflitto con le norme internazionali, creando una situazione di ambiguità che i responsabili possono sfruttare. La proposta della nuova convenzione mira a definire chiaramente i limiti delle attività autorizzate e a stabilire procedure chiare per il loro controllo, anche quando si tratta di interventi legittimi come la protezione dei civili o la repressione del terrorismo.

La creazione di una convenzione globale per i crimini contro l'umanità potrebbe avere conseguenze significative sia sul piano giuridico che politico. In primo luogo, potrebbe contribuire a unificare le norme internazionali, riducendo le discrepanze tra i diversi sistemi giudiziari nazionali. In secondo luogo, potrebbe aumentare la pressione su Stati e gruppi armati a rispettare le regole del diritto internazionale, anche quando questi ultimi si sentono esclusi da un sistema che percepiscono come ingiusto. Tuttavia, il processo non è privo di ostacoli. La resistenza di alcuni Paesi, soprattutto quelli che si sentono minacciati da accuse di abuso di potere, potrebbe ritardare la conclusione del testo. Inoltre, la gestione delle sanzioni e delle procedure di punizione rappresenta un altro ambito di dibattito, con questioni come la cooperazione tra Stati e la protezione dei testimoni che richiedono un approccio molto attento. Per questo motivo, la partecipazione attiva di organizzazioni come il Consiglio di Sicurezza e il Comitato dei Diritti dell'Uomo dell'ONU sarà cruciale per garantire che la convenzione non rimanga un documento teorico, ma un strumento pratico e operativo.

La conclusione del processo, prevista per il 2027 o il 2028, potrebbe rappresentare un momento decisivo per il diritto internazionale. Se riuscita, la convenzione potrebbe diventare un punto di riferimento per il trattamento di casi complessi, come quelli in cui si mescolano guerra, terrorismo e abusi sistematici. Inoltre, potrebbe offrire un quadro giuridico più chiaro per il lavoro delle organizzazioni internazionali, come il Tribunale penale internazionale e i meccanismi di monitoraggio dei diritti umani. Tuttavia, il successo dipenderà non solo dalla capacità di raggiungere un accordo, ma anche dalla volontà di applicare le norme in modo coerente e trasparente. La sfida non è solo tecnica, ma anche politica, poiché richiede un impegno concreto da parte di tutti i Paesi membri, in un momento in cui il multilateralismo sembra essere in crisi. Per questo motivo, la conferenza di New York rappresenta non solo un passo avanti verso una maggiore giustizia globale, ma anche un test per la capacità dell'ONU di rispondere ai nuovi scogli del mondo contemporaneo.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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