11 mar 2026

L'Iran punisce duramente i sostenitori delle proteste

Le proteste che hanno scosso l'Iran negli ultimi mesi si sono gradualmente placate, ma il governo ha intensificato la repressione per stroncare ogni forma di resistenza.

06 febbraio 2026 | 00:03 | 4 min di lettura
L'Iran punisce duramente i sostenitori delle proteste
Foto: The New York Times

Le proteste che hanno scosso l'Iran negli ultimi mesi si sono gradualmente placate, ma il governo ha intensificato la repressione per stroncare ogni forma di resistenza. La repressione, però, non si è limitata alle strade: medici, giornalisti, imprenditori e famiglie che hanno partecipato ai funerali di chi è morto durante le manifestazioni sono stati arrestati, sfrattati o silenziati. Le autorità hanno imposto una censura totale sui media, confiscato attività commerciali e represso ogni forma di protesta, comprese le commemorazioni. La situazione, descritta come una delle più severe nella storia della Repubblica Islamica, ha suscitato preoccupazioni internazionali e prevede un impatto duraturo sulla società iraniana. Gli arresti, che arrivano a migliaia, segnano un tentativo di punire collettivamente chi ha partecipato alle rivolte, con l'obiettivo di spaventare le nuove generazioni e impedire ulteriori insurrezioni.

La repressione si è estesa a ogni livello della società, coinvolgendo anche figure di spicco. Il caso di Mohammed Saedinia, proprietario di una catena di caffetterie, è emblematico: le sue attività, note per offrire prodotti internazionali in un Paese chiuso alle importazioni, sono state chiuse e i suoi familiari arrestati per aver sostenuto le proteste. L'azionamento del governo ha un doppio scopo: ridurre il morale dei cittadini e eliminare simboli culturali che potrebbero ispirare ulteriore resistenza. Anche i giornali, come Ham Mihan, uno dei pochi che avevano seguito le proteste, sono stati chiusi senza un processo, dimostrando l'obiettivo di silenziare qualsiasi voce critica. Le forze di sicurezza hanno inoltre impedito ai familiari delle vittime di esprimere dolore pubblicamente, costringendoli a firmare dichiarazioni di silenzio. Queste misure, secondo gli esperti, mirano a creare un clima di paura e disperazione, rendendo la popolazione più vulnerabile.

L'escalation della repressione si colloca in un contesto di crisi economica e politica. L'Iran, già afflitto da sanzioni internazionali e un deficit crescente, ha visto le proteste scatenarsi a dicembre, quando le autorità hanno risposto con brutalità, uccidendo migliaia di persone. L'escalation ha reso necessario un intervento deciso, con la giustificazione di un pericolo di attacco esterno, soprattutto da parte degli Stati Uniti. Il governo, quindi, ha adottato un approccio estremo, vedendo in ogni forma di opposizione un'ancora di salvezza per il regime. L'analisi di Omid Memarian, un analista iraniano, sottolinea che il governo è disposto a qualsiasi cosa pur di mantenere il potere, anche a costo di danneggiare l'economia e la reputazione internazionale. La repressione, però, ha avuto effetti collaterali: il risentimento sociale si è intensificato, e la popolazione si sente più isolata e senza futuro.

Le conseguenze di questa politica di repressione sono profonde e durature. La censura e la chiusura di aziende e media hanno ridotto la libertà di espressione, costringendo i cittadini a vivere in un clima di timore. L'impatto sull'opinione pubblica è stato devastante: il popolo iraniano, già insozzato da anni di corruzione e mancanza di opportunità, si sente abbandonato da chi dovrebbe proteggerlo. L'atteggiamento del governo, descritto come una strategia di "punizione collettiva", ha suscitato critiche da parte di organizzazioni internazionali, che denunciano l'uso di metodi brutali per reprimere proteste. L'analisi di Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights, evidenzia come il governo cerchi di traumatizzare una generazione intera, creando un clima di sottomissione e rassegnazione. Tuttavia, il risentimento non è scomparso, e alcuni settori della società stanno cercando di resistere, anche a costo di mettere a rischio la propria sicurezza.

La repressione, pur essendo estesa, non ha fermato la resistenza. Mentre il governo cerca di mantenere il controllo, gruppi di oppositori stanno trovando nuove forme di protesta. A marzo, studenti di scuole mediche e infermieristiche hanno boicottato gli esami e organizzato sit-in per denunciare le morti dei loro compagni e i continui arresti dei medici. Anche i parenti delle vittime si sono ribellati, celebrando funerali con musica e confetti, in un gesto di sfida al regime. Questi episodi segnalano che la repressione non ha ucciso la voglia di protesta, ma l'ha trasformato in una forma più sottile e persistente. La situazione, quindi, rimane incerta: il governo potrebbe aumentare la repressione, ma il risentimento sociale potrebbe trovare nuove vie di espressione, rendendo la crisi iraniana un problema che non si risolverà facilmente. La lotta tra il potere e la resistenza continua, con conseguenze che potrebbero influenzare non solo l'Iran, ma anche il contesto geopolitico regionale.

Fonte: The New York Times Articolo originale

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