11 mar 2026

Le azioni israeliane messe in discussione al Consiglio di sicurezza

Il Board di pace di Trump ha suscitato tensioni durante un dibattito al Consiglio di Sicurezza, con preoccupazioni per le offensive israeliane e la complessità di un accordo duraturo. La strada verso la pace appare intricata, tra resistenze interne e pressioni internazionali.

19 febbraio 2026 | 04:22 | 5 min di lettura
Le azioni israeliane messe in discussione al Consiglio di sicurezza
Foto: The New York Times

La scorsa settimana, in vista della prima riunione del Board of Peace, l'organismo creato da Donald Trump per cercare di porre fine al conflitto in Gaza, i diplomatici del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazioni riguardo alle continue offensive israeliane nel territorio palestinese, all'ingresso di aiuti internazionali e ai piani di espansione militare israeliani nel West Bank occupato. La tensione si è intensificata durante un dibattito all'interno dell'organo, dove è emerso un contrasto tra le aspettative di un nuovo approccio diplomatico e le critiche al piano proposto da Trump, che prevede una demilitarizzazione di Gaza, la disarmata di Hamas e la creazione di un'forza internazionale per garantire la sicurezza. L'evento ha segnato un momento cruciale nella strategia di pace del presidente Usa, ma ha anche rivelato le complessità di un conflitto che vede il coinvolgimento di poteri globali e tensioni geopolitiche.

La discussione ha visto il presidente del Consiglio di Sicurezza, Michael Waltz, difendere l'organismo creato da Trump, ricordando che il Consiglio aveva approvato nel novembre scorso il piano di pace a 20 punti, incluso il Board of Peace. Waltz ha sottolineato che le critiche provenienti da parte di alcuni paesi, che hanno espresso dubbi sull'ampio mandato del board, non possono nascondere la necessità di un cambiamento rispetto alle vecchie politiche. "Le vecchie strade non stavano funzionando", ha detto Waltz, aggiungendo che si erano presentate scelte tra la continua controllo di Hamas su Gaza, l'occupazione e una nuova via. Il piano prevede un fondo di 5 miliardi di dollari per la ricostruzione e la riconciliazione del territorio, un importo che si colloca a metà tra le stime internazionali, che indicano un costo totale di oltre 50 miliardi di dollari per il ripristino di Gaza.

Il dibattito ha anche visto la partecipazione di Rosemary DiCarlo, capo delle politiche e della pace-building delle Nazioni Unite, che ha riconosciuto l'opportunità per il Medio Oriente di cambiare rotta, ma ha sottolineato che la pace sul terreno resta illusoria. "Il piano Usa deve essere implementato pienamente, accompagnato da azioni urgenti per de-escalare la situazione nel West Bank occupato", ha detto DiCarlo, evidenziando le sfide di un conflitto che vede un aumento delle tensioni e la complessità di un accordo che deve includere anche il riconoscimento di diritti e interessi di entrambe le parti. L'evento ha rivelato anche le divisioni tra gli alleati di Washington, tra cui il Regno Unito e la Francia, che hanno espresso riserve sul mandato del board, che si estende al di là di Gaza e potrebbe competere con il ruolo del Consiglio di Sicurezza.

Il contesto del dibattito si inserisce in un contesto storico di conflitti che hanno segnato la regione per anni, con un'escalation di violenze e un'incapacità di trovare un accordo duraturo. Il piano di Trump, sebbene promettente, deve confrontarsi con le resistenze interne, come la riluttanza di Hamas a smilitarizzare il territorio e la posizione israeliana, che ha recentemente facilitato l'acquisto di terreni da parte dei coloni e ha espanso i propri piani di espansione nel West Bank. La tensione è ulteriormente alimentata dalle dichiarazioni di Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, che ha sostenuto la storicità del popolo ebraico sulle terre occupate e ha rifiutato il concetto di occupazione. Queste posizioni hanno suscitato preoccupazioni internazionali, con il Consiglio di Sicurezza che ha espresso critiche contro le azioni israeliane e ha chiesto un rientro alle politiche di occupazione.

L'analisi delle implicazioni del board di Trump mostra una sfida enorme, poiché il piano richiede una collaborazione tra potenze diverse e un accordo su questioni sensibili come la demilitarizzazione e la presenza internazionale. La mancanza di un consenso unanime tra gli stati membri, come il Regno Unito e la Francia, mette in dubbio la capacità di realizzare un accordo sostenibile. Inoltre, la fragilità del cessate il fuoco in Gaza, con il bilancio di 600 morti palestinesi, ha messo in discussione la prima fase del piano. La partecipazione di leader come la segretaria britannica Yvette Cooper, che ha promosso un incontro per costruire fiducia tra comunità israeliane e palestinesi, indica una volontà di trovare soluzioni, ma non risolve le tensioni interne. La strada verso un accordo appare lunga e complessa, con la necessità di un compromesso tra interessi nazionali e diritti internazionali.

La chiusura del dibattito suggerisce che la strada verso una pace duratura sarà segnata da progetti futuri, come il convegno organizzato dal Regno Unito per promuovere un due-state solution, ma anche da tensioni che potrebbero intensificarsi. L'impegno delle Nazioni Unite, che ha espresso preoccupazioni sulle azioni israeliane e ha rifiutato di partecipare al meeting del board, mostra una posizione di equilibrio tra le pressioni di Washington e le esigenze di un approccio globale al conflitto. La situazione rimane delicata, con il rischio che le decisioni prese in questo momento influenzino il corso del conflitto per anni. La creazione del board di Trump rappresenta un tentativo di innovazione, ma il successo dipenderà da una collaborazione internazionale e da una capacità di gestire le resistenze interne e esterne. La strada verso la pace in Gaza e nel West Bank sembra ancora lontana, ma i tentativi di dialogo segnalano un'importanza della diplomazia nel risolvere un conflitto che ha scosso il mondo per decenni.

Fonte: The New York Times Articolo originale

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