11 mar 2026

Lavoratori sanitari abbandonano il lavoro per assegnazioni a Guantánamo

Rebekah Stewart ha rifiutato di partecipare a una missione eticamente discutibile a Guantánamo Bay, dimettendosi dopo anni di servizio. La situazione evidenzia il conflitto tra politiche migratorie e diritti umani, con operatori sanitari in lotta contro condizioni inumane.

06 febbraio 2026 | 16:08 | 5 min di lettura
Lavoratori sanitari abbandonano il lavoro per assegnazioni a Guantánamo
Foto: Wired

Rebekah Stewart, infermiera del Servizio Sanitario Pubblico (PHS) degli Stati Uniti, ha vissuto un trauma profondo quando, a fine aprile, ha ricevuto un'ordinanza che le chiedeva di essere inviata in missione presso l'operazione di detenzione immigrazione del governo Trump a Guantánamo Bay, Cuba. Questa decisione, che univa la passione del presidente per utilizzare la base offshore per espellere "matti" dal Paese e un impegno preso poco dopo la sua elezione, ha messo in discussione i principi etici di Stewart, una professionista che aveva dedicato una decade al servizio pubblico. La base, famosa per le torture e il trattamento inumano dei sospetti terroristi dopo gli attentati del 11 settembre, ha riacquistato un ruolo controverso nel contesto della politica migratoria degli ultimi anni. Stewart, pur avendo cercato di rifiutare la nomina, non è riuscita a trovare un sostituto e ha dovuto accettare l'incarico. Tuttavia, il suo impegno ha portato a una decisione drastica: il suo dimissionamento, dopo un decennio di servizio, per evitare di partecipare a una crisi umanitaria artificiale. La sua storia rappresenta solo una delle tante storie di infermieri e medici che si sono trovati a operare in un contesto che mescola salute pubblica e politiche di controllo migratorio.

La situazione a Guantánamo Bay è diventata sempre più complessa nel corso degli anni, con un aumento esponenziale del numero di detenuti non cittadini. Secondo i dati del Servizio Immigrazione e Controllo dei Confini (ICE), almeno 71.000 persone sono attualmente in carcere, la maggior parte senza storia criminale. Questa escalation ha creato una nuova emergenza sanitaria, poiché i detenuti vengono spesso sottoposti a condizioni di vita estreme, come quelle descritte da alcuni operatori sanitari che hanno lavorato al campo 6, un carcere buio e privo di luce solare. Lì, i detenuti non solo affrontano la mancanza di igiene e di accesso ai servizi basilari, ma anche la paura di essere ritenuti sospetti per legami con gruppi terroristici. I medici e gli infermieri, che si sentono spesso come "soldati in uniforme" durante emergenze come alluvioni o epidemie, si trovano ora a operare in un ambiente che non risponde ai loro doveri etici. La mancanza di informazioni pregresse sui loro compiti ha complicato ulteriormente la situazione, con alcuni operatori che hanno rifiutato di partecipare a procedure che consideravano eticamente discutibili.

Il contesto storico di Guantánamo Bay è legato alla sua funzione originaria come centro di detenzione per sospetti terroristi, dove sono state applicate pratiche di tortura e maltrattamenti. La sua trasformazione in un luogo per detenuti migratori non cittadini rappresenta un abuso del sistema, che ha suscitato preoccupazioni sia internazionali che domestiche. Il governo Trump, con la sua politica di massiccia detenzione per contrastare l'immigrazione, ha reso questa base un'arma di controllo sociale, in contrasto con i principi di umanità e diritti umani. Gli operatori sanitari del PHS, che normalmente vengono mobilitati in emergenze come alluvioni, incendi o epidemie, si sono trovati a gestire una situazione che non si presta a interventi immediati. La loro responsabilità è divenuta un dilemma morale, con molti che hanno rifiutato di partecipare a procedure che non rispettavano le norme etiche della professione. La mancanza di trasparenza e di supporto istituzionale ha aggravato le loro difficoltà, portando alcuni a lasciare il servizio dopo anni di lavoro.

L'analisi delle conseguenze di questa politica rivela un conflitto tra governance e diritti umani, con implicazioni profonde per la salute pubblica e la reputazione del Paese. L'uso di Guantánamo come strumento di controllo migratorio ha portato a una situazione in cui i detenuti, spesso senza crimini, vengono sottoposti a condizioni di vita inumane, con accesso limitato ai servizi medici e a un ambiente stressante. Gli operatori sanitari, pur cercando di agire con empatia, si trovano in una posizione di impotenza, poiché il sistema di detenzione non permette interventi significativi. Le dichiarazioni ufficiali del Dipartimento dell'Immigrazione e dei Servizi di Sicurezza (DHS) e del Servizio Sanitario Pubblico (PHS) cercano di giustificare la situazione, ma non risolvono le tensioni interne tra le norme etiche e le esigenze politiche. La presenza di medici e infermieri in un contesto così drammatico ha sollevato questioni di responsabilità, con alcuni che hanno rifiutato di partecipare alle procedure, come quelle di forzatura alimentare, che sono state critiche per la loro eticità. La questione non si limita alle condizioni di detenzione, ma riguarda anche il ruolo della sanità pubblica in un sistema che non rispetta i diritti umani.

La chiusura di questa vicenda si presenta con una serie di sviluppi che potrebbero influenzare il futuro delle politiche migratorie e della sanità pubblica. Le dimissioni di Stewart e di altri operatori sanitari segnalano una crescente resistenza al sistema di detenzione, ma non risolvono il problema strutturale. Il PHS e il DHS, pur cercando di mantenere un equilibrio tra sicurezza e diritti, dovranno affrontare le critiche interne e esterne. La necessità di riforme, come un'alternativa ai centri di detenzione, rimane urgente, ma il governo non ha ancora mostrato un impegno significativo per cambiare la politica. La questione rimane un esempio di come le decisioni politiche possano avere conseguenze devastanti per i diritti umani e la salute pubblica. Per gli operatori sanitari, il dilemma non si è concluso: il loro ruolo, come testimoni e agenzia, continuerà a essere cruciale in un contesto che non permette soluzioni semplici. La storia di Stewart e degli altri infermieri e medici è un monito per il futuro, in cui la sanità pubblica dovrà trovare nuovi modi per proteggere i diritti umani senza compromettere le sue missioni.

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