11 mar 2026

Lavato, curato e il ritorno in strada: l'ultima notte di Zdzislaw, morto solo nell'ex cava Nenni

Un uomo di 56 anni, originario della Polonia, è stato trovato privo di vita lungo la via Laurentina, a Roma, in una zona vicino all'ex cava Nenni.

23 febbraio 2026 | 20:50 | 5 min di lettura
Lavato, curato e il ritorno in strada: l'ultima notte di Zdzislaw, morto solo nell'ex cava Nenni
Foto: RomaToday

Un uomo di 56 anni, originario della Polonia, è stato trovato privo di vita lungo la via Laurentina, a Roma, in una zona vicino all'ex cava Nenni. Il cadavere è stato segnalato domenica mattina da alcuni automobilisti, che hanno notato un corpo in una posizione isolata. L'uomo, identificato come Zdzislaw Ryszard Kulesz, aveva al polso un braccialetto dell'ospedale Campus Biomedico, che ne aveva registrato l'ingresso il 17 febbraio scorso. La sua morte, avvenuta circa tre giorni dopo il suo allontanamento volontario dall'ospedale, ha scatenato una serie di riflessioni su come vengono gestiti i casi di persone senza dimora e su quanto siano complessi i percorsi di accoglienza e assistenza in contesti come il sistema sanitario. La vicenda ha riacceso dibattiti su temi sociali e umanitari, con particolare attenzione al ruolo delle istituzioni e alla mancanza di soluzioni adeguate per chi non ha un tetto sopra la testa.

L'uomo, nato nel 1970, era un senza dimora che aveva trovato un momento di sollievo nel ricovero al Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, dove era stato accolto per ricevere cure di tipo "alberghiere". Il suo ingresso all'ospedale era avvenuto martedì 17 febbraio, alle 22:32, quando un'ambulanza del 118 lo aveva trasportato al pronto soccorso. All'arrivo, il paziente era privo di documenti e non parlava italiano, rendendolo inizialmente un "ignoto" per il personale. Tuttavia, dopo un primo esame medico, era stato registrato come un paziente che necessitava di assistenza quotidiana, non solo per motivi sanitari ma anche per garantirgli un ambiente stabile. L'ospedale aveva quindi provveduto a lavarlo, rivestirlo con abiti puliti e gestirgli i bisogni basilari, un approccio che ha suscitato un certo dibattito, dato che si tratta di una pratica non comune in contesti ospedalieri.

La situazione si è complicata quando, il giorno successivo, mercoledì 18 febbraio, il servizio sociale del Policlinico ha riuscito a ricostruire il nome dell'uomo grazie a una serie di indagini. I responsabili hanno quindi avviato un contatto con l'ambasciata della Polonia in Italia e con enti locali per cercare di trovare un'alternativa abitativa. L'obiettivo era offrire al paziente un'ospitalità più duratura, poiché il ricovero ospedaliero è un'opzione transitoria. Tuttavia, il 19 febbraio, alle 18:57, il 56enne ha deciso di lasciare spontaneamente il pronto soccorso, abbandonando i locali del DEA (Dipartimento di Emergenza Accettazione). Questo gesto ha segnato la fine di un rapporto che, seppur breve, aveva rappresentato un tentativo di integrazione e di supporto.

Il contesto di questa vicenda è legato a una serie di problematiche strutturali legate all'ospitalità di persone senza dimora. Il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, come altri ospedali in Italia, ha un sistema di accoglienza per chi non ha un tetto, ma spesso si tratta di un'ospitalità di emergenza, non di lungo periodo. Nel caso di Kulesz, la sua presenza all'interno dell'ospedale era stata registrata con un indirizzo fittizio: via Modesta Valenti, una strada non esistente che viene utilizzata per far risiedere, su carta, persone senza un'abitazione reale. Questo sistema, pur se necessario per motivi burocratici, ha creato un'immagine di precarietà e di marginalità, che ha contribuito a rendere la sua situazione ancora più complessa. L'ospedale, però, ha sempre cercato di gestire la situazione con professionalità, anche se il risultato è stato tragico.

Le conseguenze di questa tragedia sollevano interrogativi su come il sistema sanitario possa integrare meglio le politiche sociali. L'abbandono volontario di Kulesz ha evidenziato i limiti di un approccio che si basa su interventi puntuali e non su soluzioni strutturali. La sua morte, avvenuta dopo quasi cinque giorni di ricovero, ha reso evidente la fragilità di chi non ha accesso a un'ospitalità stabile. Gli esperti sottolineano che il sistema sanitario non è in grado di sostituire la casa, ma deve comunque agire come punto di contatto per chi è in difficoltà. Inoltre, il caso ha svelato la mancanza di un sistema nazionale di accoglienza per le persone senza dimora, che spesso si trova a gestire situazioni simili in modo disorganizzato. La Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico ha espresso un cordoglio per la morte dell'uomo, ma anche un invito a riflettere su come possano essere migliorati i servizi per chi non ha un'alternativa.

La chiusura di questa storia non può che essere un invito a guardare oltre la singola vicenda e a pensare a soluzioni a lungo termine. Il caso di Zdzislaw Ryszard Kulesz rappresenta un esempio di come la marginalità e la povertà possano portare a traguardi estremi. La sua morte non è solo un episodio individuale, ma un segnale di quanto sia urgente intervenire su temi sociali e di inclusione. I servizi sanitari, pur essendo in prima linea, non possono sostituire l'ospitalità di un'abitazione, né possono risolvere le cause profonde della povertà. La strada percorribile è quella di un piano nazionale che unisca supporto sociale, assistenza sanitaria e politiche abitative, per evitare che altre storie come questa si ripetano. Il ricordo di Kulesz, pur triste, deve diventare un appello per un sistema più umano, che non lasci nessuno indietro.

Fonte: RomaToday Articolo originale

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