11 mar 2026

Laureata Nobel iraniana inizia nuova fame di fame in carcere

Narges Mohammadi, la vincitrice del Nobel per la Pace 2023, ha iniziato una protesta di fame in una prigione iraniana, in seguito alle accuse di detenzione illegale, ha dichiarato la sua famiglia in un comunicato pubblicato mercoledì.

05 febbraio 2026 | 20:26 | 4 min di lettura
Laureata Nobel iraniana inizia nuova fame di fame in carcere
Foto: The New York Times

Narges Mohammadi, la vincitrice del Nobel per la Pace 2023, ha iniziato una protesta di fame in una prigione iraniana, in seguito alle accuse di detenzione illegale, ha dichiarato la sua famiglia in un comunicato pubblicato mercoledì. La figura di Mohammadi, attivista per i diritti umani e la democrazia in Iran, è stata arrestata e incarcerata ripetutamente per aver violato le leggi sulla sicurezza nazionale. La sua decisione di protestare con la fame segue una serie di accuse rivolte ai suoi diritti e alla sua salute, con la famiglia che ha riferito di un intervento medico necessario ma negato durante il suo periodo di detenzione. La protesta, avviata da lunedì, è un segno di protesta contro le condizioni di detenzione, la mancanza di contatto con la famiglia e la mancata possibilità di consultare un avvocato. Questa situazione non è unica, poiché molti detenuti iraniani affrontano condizioni simili, secondo il comunicato familiare. La scelta di Mohammadi di protestare con la fame non solo esprime il suo dissenso, ma anche un appello internazionale per il rispetto dei diritti umani e la liberazione di prigionieri politici.

La storia di Mohammadi si intreccia con anni di attivismo contro la repressione governativa e per i diritti delle donne, spesso attraverso forme di disobediensa civile come proteste organizzate e sit-in. Il suo riconoscimento con il Nobel, ottenuto in assenza perché era in carcere, ha rafforzato la sua posizione come simbolo di resistenza. Tuttavia, la sua libertà è stata limitata da un carcere noto per le sue condizioni estreme, come il carcere di Evin. Dopo un periodo di detenzione nel 2023, in cui la famiglia denunciava la mancanza di cure mediche, Mohammadi è stata autorizzata a lasciare la prigione per ricevere trattamenti specifici nel 2024. Tuttavia, l'arresto successivo nel dicembre dello scorso anno ha interrotto questa breve tregua. La famiglia ha riferito che la sua salute è in grave pericolo a causa di problemi cardiaci, complicazioni polmonari e una recente chirurgia ossea, di cui non ha ricevuto cure adeguate durante la detenzione. Questi elementi hanno alimentato le preoccupazioni della famiglia, che chiede una liberazione immediata.

Il contesto della vicenda si colloca all'interno di un contesto più ampio di repressione in Iran, che ha visto un'ondata di proteste popolari a dicembre del 2022. Le autorità hanno represso le manifestazioni con violenza letale, causando la morte di migliaia di persone, secondo dati di organizzazioni internazionali. Dopo le proteste, il governo ha intensificato le censure, arrestando decine di migliaia di oppositori, molti dei quali non hanno ricevuto un processo giusto o un rappresentante legale. Mohammadi, come molti altri attivisti, è diventata un bersaglio della repressione, con le forze di sicurezza che hanno cercato di limitare la sua influenza. La sua famiglia ha riferito che i servizi di sicurezza hanno pressato i suoi collaboratori per non rivelare informazioni sulla sua salute, evidenziando un controllo totale su ogni aspetto della sua vita. Questi episodi rafforzano l'idea che le autorità iraniane non intendono permetterle di continuare la sua attività politica.

L'analisi delle conseguenze di questa situazione rivela una profonda crisi dei diritti umani in Iran, con un sistema giudiziario che sembra ignorare le norme internazionali. La protesta di Mohammadi, nonché le condizioni di detenzione di altri prigionieri politici, hanno attirato l'attenzione di organizzazioni internazionali, che hanno chiesto interventi urgenti. Tuttavia, le autorità iraniane hanno rifiutato di commentare le accuse, con il procuratore generale di Mashhad, la città dove è detenuta, che ha affermato che le prigioni sono gestite in modo legale e che i diritti dei cittadini sono rispettati. Questo atteggiamento contrasta con le denunce di famiglia e di gruppi di diritti umani, che vedono una mancanza di trasparenza e di giustizia. La situazione di Mohammadi non solo rappresenta un caso individuale, ma anche un simbolo di una politica di repressione che sembra non avere limiti.

La chiusura del caso richiama l'attenzione su possibili sviluppi futuri, con la famiglia che continua a chiedere la liberazione di Mohammadi e la fine delle restrizioni sulle sue libertà. Il marito, Taghi Rahmani, ha espresso preoccupazione per la sua salute, sottolineando che il governo non ha mai permesso un trasferimento a Tehran, dove i suoi avvocati si trovano, per mantenere un controllo locale. Questo rifiuto di collaborare con la famiglia e i legali evidenzia un atteggiamento ostile verso chiunque tenti di difendere i diritti di Mohammadi. La sua determinazione a proseguire l'attività politica, nonostante le minacce, rappresenta un'arma non solo per lei, ma per tutti gli attivisti che continuano a lottare per la libertà. La sua voce, pur essendo oggetto di repressione, rimane un segnale di resistenza in un paese dove la libertà di espressione è limitata. La comunità internazionale, in questo senso, deve continuare a monitorare la situazione e a esercitare pressione per garantire che i diritti umani siano rispettati.

Fonte: The New York Times Articolo originale

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