11 mar 2026

La dichiarazione di emergenza di Yoon fallì, ma i sostenitori restarono fedeli.

La sentenza del tribunale di Seoul ha sancito la colpevolezza del ex presidente della Corea del Sud Yoon Suk Yeol per aver guidato un'insurrezione durante la sua breve ma drammatica dichiarazione dello stato di guerra nel 2024.

19 febbraio 2026 | 08:48 | 4 min di lettura
La dichiarazione di emergenza di Yoon fallì, ma i sostenitori restarono fedeli.
Foto: The New York Times

La sentenza del tribunale di Seoul ha sancito la colpevolezza del ex presidente della Corea del Sud Yoon Suk Yeol per aver guidato un'insurrezione durante la sua breve ma drammatica dichiarazione dello stato di guerra nel 2024. L'udienza, tenuta venerdì, ha visto i giudici della Corte distrettuale di Seoul condannare Yoon, 65 anni, per essere il capo dell'insurrezione. L'atto, considerato un reato grave nel codice penale coreano, prevede solo due pene: la pena di morte o la condanna a vita. I pubblici ministeri avevano chiesto la pena capitale, ma il presidente ha negato le accuse, sostenendo che la sua azione era legittima per difendere lo Stato da forze anti-statali. La sentenza ha suscitato reazioni contraddittorie tra il pubblico, con alcuni che hanno gridato in preda all'orrore e altri che hanno protestato per la "nullità" dell'impeachment. La Corea del Sud, che ha visto il suo sistema democratico sottoposto a un test estremo, ora deve affrontare le conseguenze di questa crisi senza precedenti.

La vicenda si è sviluppata in un contesto di tensioni politiche e sociali profonde. Yoon, dopo aver dichiarato lo stato di guerra il 3 dicembre 2024, aveva cercato di mettere sotto controllo il parlamento e la stampa, ordinando ai militari di occupare l'Assemblea nazionale e arrestare oppositori. La sua azione, però, è stata immediatamente stroncata da una reazione popolare che si è riversata nelle strade. I cittadini hanno bloccato i militari per proteggere il parlamento, dove i deputati hanno votato contro lo stato di guerra in una notte di caos. Yoon è stato costretto a ritirare l'ordine dopo sei ore, ma il tentativo di prendere il potere con la forza ha scatenato la peggiore crisi politica della Corea del Sud negli ultimi decenni. Il presidente è stato poi imputato, arrestato e sottoposto a un processo che ha visto coinvolgere oltre 40 figure di alto rango, tra cui ex ministri e funzionari militari.

Il contesto storico e giuridico della vicenda è legato a precedenti di tensioni tra potere civile e militare. La Corea del Sud, pur essendo un paese democratico, ha un'esperienza di dittatura militare negli anni '80, quando il generale Chun Doo-hwan ha governato con il ferro. Chun, condannato nel 1996 per insurrezione e mutinanza per il colpo di stato del 1979 e la repressione dei manifestanti del 1980, è stato graziato nel 1997 e ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in libertà. La sua condanna a morte, ridotta successivamente a vita, ha lasciato un'impronta nella giurisprudenza coreana, che ora si confronta con un caso simile ma con un esito diverso. La sentenza di Yoon, se confermata, potrebbe segnare un nuovo capitolo nella storia giudiziaria del paese, ma gli esperti sottolineano che la pena di morte non è più eseguita da oltre 25 anni.

L'analisi delle conseguenze di questa sentenza rivela una profonda divisione nel paese. I sostenitori di Yoon, radunati intorno a un movimento politico di estrema destra, continuano a protestare, accusando i giudici di "scrivere fiction" e sostenendo che la sua azione era legittima per proteggere lo Stato. Questi attivisti, spesso guidati da pastori cristiani e influencer su YouTube, sostengono teorie del complotto che attribuiscono il controllo delle elezioni alla Cina e al resto del mondo. Al contrario, i partiti di sinistra e i sostenitori del nuovo presidente, Lee Jae Myung, vedono nella condanna di Yoon una vittoria per la democrazia. La sentenza, però, potrebbe non risolvere le tensioni: l'opposizione al governo di Lee rimane forte, e le elezioni di metà mandato potrebbero segnare nuovi spostamenti politici.

La chiusura del caso si colloca in un momento di incertezza per la Corea del Sud. La sentenza di Yoon, se confermata, potrebbe essere la prima esecuzione da oltre 25 anni, ma il rischio di un esito simile a quello di Chun Doo-hwan rimane. La giustizia, tuttavia, non è mai stata un argomento neutrale in un paese che ha vissuto conflitti tra potere civile e militare. La democrazia coreana, sebbene provata da questa crisi, sembra essere riuscita a resistere. Tuttavia, il movimento di estrema destra, che ha trovato un simbolo nella figura di Yoon, potrebbe continuare a influenzare il paese, soprattutto in un contesto di crescenti tensioni con la Corea del Nord e di sfiducia nei confronti delle istituzioni. La sentenza non è solo un atto giudiziario, ma un riflesso di una società divisa, che dovrà affrontare il futuro con una maggiore consapevolezza delle sue contraddizioni.

Fonte: The New York Times Articolo originale

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