11 mar 2026

Israel lancia nuovi attacchi su Teherán dopo l'uccisione del leader supremo iraniano Alì Khamenei

La guerra tra Israele e l'Iran ha subito un ulteriore escalation nella notte tra domenica e lunedì, con una serie di attacchi aeree israeliani che hanno colpito il cuore di Teherán.

01 marzo 2026 | 12:58 | 5 min di lettura
Israel lancia nuovi attacchi su Teherán dopo l'uccisione del leader supremo iraniano Alì Khamenei
Foto: El País

La guerra tra Israele e l'Iran ha subito un ulteriore escalation nella notte tra domenica e lunedì, con una serie di attacchi aeree israeliani che hanno colpito il cuore di Teherán. La missione, annunciata ufficialmente dal Ministero della Difesa israeliano, ha visto almeno una decina di bombe cadere su edifici chiave della capitale iraniana, tra cui il complesso in cui era radunato il leader supremo, Alí Khamenei. La reazione iraniana è stata immediata: il Paese ha lanciato quattro ondate di missili contro Israele, con sirene che hanno rimbombato in diverse regioni del Paese. Le immagini diffuse dai media mostrano colonne di fumo nero che si alzano nel cielo di Teherán, mentre migliaia di cittadini iraniani si riversano nelle strade, con lacrime e promesse di vengono. La scena, tuttavia, è stata accompagnata da un simbolo di rabbia: una bandiera rossa, simbolo della vendetta, è stata issata sulla cupola della moschea di Jamkaran, un importante centro religioso e politico. L'evento ha segnato un passo decisivo nella crisi regionale, che già vedeva Israele e gli Stati Uniti impegnati in un confronto diplomatico e militare con l'Iran.

L'operazione israeliana, denominata "Operazione Rugido di León", ha visto la Fuerza Aérea israeliana concentrare i propri sforzi su obiettivi di alto rango, tra cui il quartier generale del regime iraniano. Secondo un comunicato ufficiale, le forze armate israeliane hanno riferito di aver eliminato almeno 40 figure chiave del regime, tra cui il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, e il capo dello Stato Maggiore, Abdorrahim Musaví. L'attacco ha anche colpito il quartier generale della Guardia Revolucionaria, la milizia iraniana che detiene un ruolo centrale nel Paese. La strategia israeliana, però, non è stata solo militare: il governo ha enfatizzato l'importanza della collaborazione con gli Stati Uniti, che avevano fornito informazioni critiche sulla posizione di Khamenei. Le fonti americane, citate dal New York Times, rivelano che i servizi di intelligence avevano seguito da mesi i movimenti del leader supremo, anticipando la sua presenza in un luogo strategico. Questo ha permesso a Israele di lanciare l'attacco con precisione, pur se non senza conseguenze: almeno due civili sono morti in seguito agli effetti collaterali degli ordigni.

La reazione iraniana è stata immediata e violenta, con un'ondata di missili che ha colpito territori israeliani. Il governo israeliano ha confermato la morte di una donna in un'area residenziale di Tel Aviv, tra i 200 missili lanciati da Teherán. L'escalation ha rischiato di scatenare un conflitto regionale, con il rischio che Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman possano essere coinvolti. La situazione è ulteriormente complessificata dall'impegno diplomatico degli Stati Uniti, che hanno cercato di mediare tra le parti. Donald Trump, però, ha minacciato di rispondere con un'azione militare di vasta portata se l'Iran dovesse prendere una posizione di vendetta. L'ambasciata americana ha riferito che i leader iraniani, tra cui il presidente Masud Pezeshkián, hanno espresso una posizione di fermezza, promettendo di infliggere "golpi terribili" agli attori esteri coinvolti. Questa tensione, però, non ha impedito al regime di procedere con il processo di successione, con l'elezione di Alireza Arafi come rappresentante dei jurisconsultos, un ruolo cruciale nel sistema politico iraniano.

L'attacco israeliano ha rivelato una profonda divisione tra le forze iraniane, con il regime che dovrà affrontare la sfida di mantenere la coesione interna mentre si prepara a un'eventuale guerra. L'eliminazione di Khamenei, pur se non definitiva, ha messo in evidenza la fragilità del sistema autoritario iraniano, che dipende fortemente da una leadership unita. Allo stesso tempo, l'operazione israeliana ha svelato il ruolo strategico degli Stati Uniti nel conflitto, con l'indicazione che le informazioni fornite dagli americani hanno giocato un ruolo chiave nella precisione dell'attacco. Questo ha alimentato tensioni interne al regime, che ha cercato di giustificare la sua reazione con un linguaggio di resistenza e difesa nazionale. La scena, però, è stata anche segnata da una serie di minacce reciproche: mentre l'Iran promette vendetta, Israele ha espresso fiducia nella sua capacità di mantenere la superiorità aerea, grazie al disastro delle difese iraniane.

La situazione rimane estremamente delicata, con il rischio che l'escalation possa portare a un conflitto regionale di vasta portata. L'Iran, però, ha dimostrato di essere in grado di reagire rapidamente, lanciando un'ondata di missili che ha colpito il territorio israeliano. La reazione israeliana, a sua volta, potrebbe essere sempre più aggressiva, con la possibilità di nuovi attacchi mirati a obiettivi chiave. Il contesto internazionale, però, non è neutrale: gli Stati Uniti, pur cercando di mediare, non hanno escluso una risposta militare se l'Iran dovesse prendere una posizione di vendetta. La crisi, inoltre, potrebbe influenzare le relazioni tra i Paesi del Golfo, che hanno già espresso preoccupazione per l'instabilità. Il futuro di questa guerra, tuttavia, dipende da fattori complessi, tra cui la capacità del regime iraniano di mantenere la coesione interna, la reazione degli alleati, e la capacità degli Stati Uniti di gestire una situazione che potrebbe mettere a rischio la sicurezza regionale. Il mondo, quindi, attende con ansia il prossimo sviluppo di una crisi che potrebbe trasformarsi in un conflitto globale.

Fonte: El País Articolo originale

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