11 mar 2026

Iran considera colpi limitati come aggressione, Usa mantengono pressione

L'Iran rifiuta ogni azione militare, definendola "aggressione", in risposta alle minacce di Trump. Il portavoce iraniano ha ribadito la determinazione del Paese a reagire con forza.

23 febbraio 2026 | 13:15 | 5 min di lettura
Iran considera colpi limitati come aggressione, Usa mantengono pressione
Foto: Le Monde

L'Iran ha espresso un netto rifiuto nei confronti di qualsiasi azione militare, anche limitata, contro il suo territorio, definendola un "atto di aggressione", in risposta alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva suggerito l'ipotesi di un intervento mirato. La posizione del governo iraniano è stata formalmente ribadita dal portavoce della diplomazia iraniana, Esmaeil Baghaei, durante una conferenza stampa a Parigi, il 23 febbraio. L'Iran ha ribadito che qualsiasi attacco, anche se limitato, sarebbe considerato un atto di aggressione e avrebbe suscitato una reazione proporzionata. Le dichiarazioni di Baghaei arrivano in un contesto di crescente tensione tra i due Paesi, in cui Washington ha intensificato la sua presenza militare nella regione del Golfo, con l'invio di due portaerei. L'Iran ha rifiutato di accettare qualsiasi forma di capitulazione, sottolineando che il suo popolo non ha mai ceduto alle pressioni esterne. Queste dichiarazioni segnano un ulteriore passo nella crisi diplomatica e militare che ha caratterizzato i rapporti tra gli Stati Uniti e l'Iran negli ultimi anni.

La reazione del portavoce iraniano è stata accompagnata da un chiaro rifiuto al ricorso alla violenza, anche in forma limitata, come aveva suggerito Trump durante un'intervista rilasciata il 17 febbraio. Il presidente americano aveva espresso l'idea di un attacco mirato contro l'Iran in caso di mancato raggiungimento di un accordo sul programma nucleare, un tema che ha suscitato preoccupazioni sia a Teheran che a Washington. Baghaei ha ribadito che ogni azione aggressiva verrebbe interpretata come un atto di guerra e che l'Iran non avrebbe esitato a reagire con forza. L'ambasciatore americano, Steve Witkoff, ha espresso delusione per il fatto che l'Iran non avesse "capitolato" di fronte alla potenza militare statunitense, un commento che ha suscitato reazioni di indignazione a Teheran. Le tensioni si sono ulteriormente acuite con il recente scontro tra le due parti durante le negoziazioni indirette mediate da Oman, che si sono tenute a Ginevra il 17 febbraio. Queste discussioni, però, non hanno prodotto risultati concreti, lasciando aperto il futuro delle trattative.

Il contesto della crisi attuale si colloca all'interno di un quadro di tensioni storiche tra Iran e Stati Uniti, iniziata con il ritiro degli Usa dal protocollo di Parigi nel 2018 e la ripresa delle sanzioni economiche. La questione del nucleare, centrale nel dibattito, è stata ulteriormente complicata dal crescente impegno militare americano nel Golfo, con l'arrivo di unità navali e laumento della presenza di forze aeree. L'Iran, da parte sua, ha rafforzato la sua capacità militare e ha lanciato programmi di sviluppo tecnologico, in un contesto di crescente contestazione internazionale. L'ultima fase della crisi è stata scaturita dalle dichiarazioni di Trump, che hanno suscitato preoccupazioni a Teheran, ma anche a livello europeo. La presidente del Consiglio europeo, Kaja Kallas, ha chiesto una "soluzione diplomatica", sottolineando che l'Iran si trova "al punto più debole" mai raggiunto. Questo scenario ha reso più urgente la necessità di un accordo, ma ha anche accentuato le divisioni tra le potenze regionali.

Le implicazioni della posizione iraniana sono profonde sia a livello geopolitico che strategico. L'Iran ha messo in chiaro che non intende sottomettersi alle pressioni esterne, un atteggiamento che potrebbe portare a un aumento della tensione in un'area già fragile. La decisione di non accettare un attacco limitato, pur rimanendo in una posizione di difesa, potrebbe spingere gli Stati Uniti a valutare alternative, come un intervento più ampio. Tuttavia, il rischio di un conflitto diretto tra le due potenze è elevato, soprattutto considerando la presenza di forze navali e aeree americane in zona. L'Iran, da parte sua, ha messo in evidenza la sua capacità di resistere alle pressioni, ma il costo economico e umano di una guerra potrebbe essere devastante. La situazione richiede una soluzione diplomatica, ma i tempi e le condizioni per raggiungerla rimangono incerti.

La prospettiva futura dipende da diversi fattori, tra cui la capacità di entrambi i Paesi di trovare un accordo che soddisfi le esigenze reciproche. Le negoziazioni indirette, confermate da Iran e Oman ma non da Washington, potrebbero fornire un'opportunità per riprendere i colloqui, pur rimanendo in un contesto di forte tensione. L'India, che ha circa 10.000 cittadini residenti in Iran, ha esortato i propri connazionali a lasciare il Paese, un ulteriore segnale di preoccupazione per la stabilità regionale. La crisi ha anche messo in evidenza le divisioni tra potenze regionali, con l'Europa che continua a sostenere una soluzione diplomatica, mentre gli Stati Uniti perseguono una politica di pressione. La strada verso una soluzione rimane lunga e complessa, ma la volontà di evitare un conflitto totale potrebbe essere il fattore chiave per stabilizzare la regione. La questione del nucleare e la relazione tra Iran e Stati Uniti rimangono al centro di una crisi che potrebbe influenzare il destino di tutta l'Asia mediterranea.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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