Iran celebra rivoluzione, navi Usa in vista
Il, il governo iraniano ha celebrato il 45 gradi anniversario della Rivoluzione Islamica del 1979, un evento che ha visto la concentrazione di milioni di persone in marce e manifestazioni su tutto il Paese.
Il 19 febbraio 2024, il governo iraniano ha celebrato il 45 gradi anniversario della Rivoluzione Islamica del 1979, un evento che ha visto la concentrazione di milioni di persone in marce e manifestazioni su tutto il Paese. L'evento, che segna il trionfo del regime clericale sull'imperatore reza Pahlavi, è stato condotto in un contesto di estrema tensione geopolitica. Gli scontri tra il governo iraniano e le proteste popolari, scoppiate nel mese di gennaio, hanno lasciato migliaia di morti e arresti, mentre le relazioni con gli Stati Uniti si sono intensificate in un clima di minaccio di guerra. La scena è stata ulteriormente arricchita dall'arrivo di navi da guerra statunitensi nel Golfo Persico, pronte a intervenire in caso di fallimento delle trattative nucleari, e dal prossimo incontro tra il presidente Usa e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Queste dinamiche hanno reso il momento storico non solo un atto di commemorazione, ma anche un simbolo di resistenza e di una possibile escalation regionale.
Le celebrazioni del 19 febbraio si sono svolte in un clima di forte polarizzazione. A Tehran, centri urbani e aree rurali hanno visto la partecipazione di milioni di cittadini, alcuni dei quali hanno sfilato con bandiere rosse, bianche e verdi, simboli del regime islamico, mentre altri hanno lanciato slogan come "Morte agli Stati Uniti" o "Morte a Khamenei", il leader supremo della Repubblica Islamica. La scena è stata ulteriormente incendiata da un display di fuochi d'artificio in onore del 19 febbraio, durante il quale si sono sentite voci contrapposte: da un lato i sostenitori del governo che hanno gridato "Allah è grande", dall'altro i residenti che hanno urlato "Morte a Khamenei" e "Morte al dittatore". Questi momenti hanno rivelato un divario interno nel Paese, tra chi si sente fedele al regime e chi rifiuta il modello autoritario. Le autorità iraniane, tuttavia, hanno cercato di trasformare questi eventi in un'occasione per rafforzare il concetto di resistenza contro il potere americano, un tema centrale nella strategia del regime per unificare il Paese.
L'atmosfera di tensione è stata alimentata da una serie di misure di repressione. Dopo le proteste di gennaio, le forze di sicurezza hanno lanciato un'ondata di arresti che ha colpito figure del movimento di riforma, al quale il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, è strettamente legato. Questo gesto ha messo in evidenza la volontà del governo di reprimere qualsiasi forma di opposizione, anche se interna al partito. Pezeshkian, pur riconoscendo la gravità del conflitto, ha cercato di mantenere un tono di conciliazione, a differenza del leader supremo, Ayatollah Ali Khamenei, che ha sottolineato l'importanza di unirsi al fronte del regime. Il presidente ha espresso rammarico per i danni causati dalle proteste e ha dichiarato che il governo è "obbligato a aiutare chiunque sia stato colpito", ma ha anche criticato le "propagande occidentali" che, secondo il regime, sono state orchestrare dagli Stati Uniti e dall'Israele. Questo discorso ha rafforzato la visione del regime come un'entità unitaria, pronta a fronteggiare minacce esterne.
Il contesto geopolitico si presenta estremamente complesso. Le trattative nucleari tra Iran e Usa, interrotte da un attacco aereo israeliano nel dicembre 2023, sono in bilico. Gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, hanno minacciato di inviare un'altra portaerei nel Golfo Persico se non si raggiungerà un accordo, mentre l'Iran ha respinto le richieste di fermare il proprio programma nucleare e di ridurre la portata dei missili. Il presidente iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che i negoziati dovranno concentrarsi esclusivamente sul nucleare, rifiutando qualsiasi discussione su questioni regionali. Questo atteggiamento ha rafforzato il clima di scontro, con entrambe le parti che vedono nel dialogo un'opportunità per ottenere vantaggi strategici. Inoltre, la visita di Netanyahu a Washington per incontrare Trump ha ulteriormente acceso le tensioni, con l'Israele che ha espresso una posizione più aggressiva nei confronti dell'Iran. Queste dinamiche mettono in evidenza come la Rivoluzione Islamica non sia solo un evento storico, ma un elemento centrale di una strategia politica che si estende al di fuori dei confini iraniani.
La situazione in Iran ha anche rivelato una profonda divisione interna. Secondo gli esperti, il Paese si trova in un momento di polarizzazione estrema, con il governo che cerca di mantenere il controllo attraverso repressione e propaganda, mentre i gruppi di opposizione continuano a esprimere critiche. Il politologo Morteza Nemati ha descritto la scena del 19 febbraio come un momento di "allarme" per la società iraniana, che si trova a un incrocio tra le tensioni interne e le minacce esterne. La mancanza di un dialogo serio tra le forze politiche potrebbe portare a un aumento della violenza, con conseguenze non solo per l'Iran, ma anche per la regione. Gli esperti sottolineano che il regime, pur cercando di rafforzare il proprio potere, si trova in una posizione vulnerabile, in quanto il sostegno popolare si sta riducendo. La prossima fase delle trattative nucleari e delle tensioni regionali potrebbe quindi decidere il destino del Paese e della sua stabilità. L'Iran, in questo momento, è un Paese in bilico tra resistenza e vulnerabilità, con il 19 febbraio come un simbolo di una storia che si ripete.
Fonte: The New York Times Articolo originale
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