Incidente Usa nel Pacifico: 2 morti
La Marina statunitense ha distrutto una nave sospetta di trasportare droga nel Pacifico, uccidendo due persone, nell'ambito di una campagna anti-narcotraffico. Gli esperti denunciano un abuso di potere, visto che il governo non ha autorità per colpire civili non minacciosi.
La Marina militare statunitense ha effettuato un attacco aereo nel Pacifico orientale il giovedì scorso, distruggendo una imbarcazione sospetta di trasportare stupefacenti e causando la morte di due persone, ha annunciato la Southern Command, il comando militare statunitense responsabile delle operazioni in America Latina e Caraibi. L'azione è stata la prima autorizzata dal nuovo comandante della Southern Command, il generale Francis L. Donovan, un marinaio che ha assunto il ruolo di capo delle operazioni militari statunitensi in quelle regioni durante una cerimonia al Pentagono nella stessa giornata. L'attacco segna un ulteriore passo nella campagna di combattimento contro il narcotraffico lanciata dall'amministrazione Trump, che ha già visto il lancio di 37 attacchi simili dal settembre scorso, con un totale di 128 vittime registrate da un tracciatore mantenuto dal New York Times. L'operazione ha suscitato immediata reazione da parte di esperti legali, i quali hanno sottolineato che gli attacchi statunitensi rappresentano un abuso illegale del potere di uccidere, poiché il governo non è autorizzato a colpire civili che non rappresentano un minaccia imminente, anche se sospettati di attività criminali.
L'attacco ha visto l'utilizzo di un video di 12 secondi rilasciato insieme all'annuncio, che mostra l'imbarcazione in movimento sull'oceano, con due persone al retro, vicino ai motori esterni, seguito da un'esplosione improvvisa che ha incendiato la nave. Secondo un comunicato della Southern Command, basata a Doral, in Florida, l'intelligence aveva determinato che la nave era impegnata in operazioni di traffico di droga e seguiva una rotta nota per il trasporto di stupefacenti. L'operazione ha messo in evidenza la strategia della Marina statunitense di combattere il narcotraffico attraverso operazioni dirette, pur rimanendo al di fuori del quadro giuridico internazionale che regola l'uso della forza. La Southern Command ha riferito che le informazioni utilizzate per autorizzare l'attacco erano "non specificate", ma si basavano su dati di intelligence ritenuti sufficienti a giustificare l'intervento. La decisione di colpire la nave ha suscitato dibattito, soprattutto tra chi critica l'uso eccessivo di forza da parte delle forze armate.
Gli attacchi statunitensi nel Pacifico orientale fanno parte di una strategia più ampia per contrastare il narcotraffico, che ha visto il lancio di circa due terzi degli attacchi totali effettuati fino ad oggi. La Southern Command ha precisato che il 2026, l'anno in cui si è registrato il secondo attacco su 2026, ha visto un aumento del numero di operazioni in quel mare. Tuttavia, il numero di vittime, che ha superato il centoventotto, ha sollevato preoccupazioni per l'impatto umanitario delle operazioni. Gli esperti legali hanno sottolineato che l'uso di forza letale da parte delle forze armate è legato a criteri molto specifici, tra cui la minaccia immediata alla sicurezza nazionale, e che il semplice sospetto di attività criminali non basta a giustificare un intervento. Inoltre, la mancanza di un processo giuridico per le vittime ha reso questi attacchi oggetto di critica da parte di organizzazioni internazionali e di studiosi del diritto internazionale.
L'azione del giovedì scorso ha rivelato anche le tensioni tra la politica estera statunitense e i principi giuridici che regolano l'uso della forza. Mentre il governo ha sostenuto che le operazioni sono necessarie per proteggere i confini e contrastare il traffico di droga, i legali hanno messo in evidenza il rischio di abuso di potere. Il generale Donovan, che ha preso il comando nel contesto di una politica di maggiore aggressività verso il narcotraffico, ha sostenuto che le operazioni sono parte di una strategia coordinata con i governi locali. Tuttavia, la mancanza di trasparenza su come vengono selezionati i bersagli ha alimentato i dubbi sulla legittimità delle azioni. Inoltre, il fatto che molti dei bersagli siano persone non identificate o non accusate di reati gravi ha reso il dibattito ancora più acceso.
Le operazioni di attacco aerei nel Pacifico orientale segnano un cambiamento significativo nella strategia statunitense di contrasto al narcotraffico, ma anche un aumento del rischio di conflitti con i diritti umani. Il governo ha ritenuto che il controllo del traffico di droga sia un obiettivo prioritario, anche se la comunità internazionale ha sollevato preoccupazioni per l'impatto delle azioni sulle popolazioni civili. Le prossime mosse potrebbero includere un aumento delle operazioni o un tentativo di trovare un accordo con i Paesi coinvolti. Tuttavia, la questione rimane complessa, poiché il narcotraffico è un problema globale che richiede una risposta coordinata e rispettosa dei diritti internazionali. Il dibattito sull'uso della forza da parte delle forze armate statunitensi è destinato a proseguire, con implicazioni sia per la politica estera che per il diritto internazionale.
Fonte: The New York Times Articolo originale
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