11 mar 2026

In Iran, l'escalation repressiva mette il regime in pericolo dovuta a vulnerabilità interna ed esterna

Le proteste in Iran, che da mesi si intensificano in ogni angolo del Paese, hanno messo in luce una crisi politica e sociale profonda, rendendo insostenibile il regime attuale basato sulla repressione e sulla rigidità ideologica.

26 gennaio 2026 | 13:19 | 4 min di lettura
In Iran, l'escalation repressiva mette il regime in pericolo dovuta a vulnerabilità interna ed esterna
Foto: Le Monde

Le proteste in Iran, che da mesi si intensificano in ogni angolo del Paese, hanno messo in luce una crisi politica e sociale profonda, rendendo insostenibile il regime attuale basato sulla repressione e sulla rigidità ideologica. La popolazione, stremata da anni di stagnazione economica e di un sistema politico in grado solo di mantenere il controllo attraverso la violenza, ha iniziato a ribellarsi in modo organizzato, dimostrando un crescente dissenso verso un sistema che non riesce a rispondere alle esigenze quotidiane dei cittadini. Le manifestazioni, iniziata nel dicembre 2025 con proteste di carattere economico, si sono evolute in un movimento di vasta portata, coinvolgendo diversi settori della società. Il governo, preoccupato per la sua stabilità, ha cercato di contenere la situazione con misure repressive, ma il risentimento dei manifestanti non si è placato, dimostrando un'insoddisfazione radicata. L'obiettivo del regime, però, è rimasto quello di preservare il potere, anche se a costo di sacrificare la legittimità democratica.

La crisi economica, che ha colpito duramente l'Iran, è diventata il fulcro delle proteste. L'inflazione, che ha raggiunto livelli record, e la caduta del rial, la valuta nazionale, hanno reso insostenibile la vita quotidiana, soprattutto per la classe media, la quale si trova in una condizione di precarietà. I commercianti, colpiti da una disoccupazione crescente e da un mercato interno destabilizzato, hanno iniziato a protestare a dicembre 2025, ma il movimento si è presto ampliato a tutta la popolazione. L'incapacità del governo di gestire l'economia, combinata con una politica estera che non risponde agli interessi nazionali, ha alimentato una crescente frustrazione. L'elaborazione di una strategia economica coerente, che permetta di ripristinare la stabilità e la crescita, è diventata un tema centrale delle richieste dei manifestanti. Il regime, però, si è rifiutato di accettare una soluzione di compromesso, preferendo mantenere il controllo attraverso la repressione.

Questo scenario non è frutto di un incidente isolato, ma rappresenta la conseguenza di una serie di fallimenti politici e economici che hanno caratterizzato il Paese negli ultimi anni. Il governo, guidato da una élite che ha privilegiato il potere personale al bene comune, ha fallito nel gestire la crisi di governo, nel rispettare i diritti dei cittadini e nel mantenere un equilibrio tra le diverse forze sociali. L'assenza di una politica estera che risponda alle esigenze del Paese, come la gestione delle risorse petrolifere e la protezione delle economie locali, ha ulteriormente indebolito la credibilità del regime. La popolazione, che ha visto i propri sforzi di crescita bloccati da una politica inadeguata, ha trovato un modo per esprimere il proprio dissenso, anche se a costo di rischiare la repressione. La contestazione, però, non è più limitata a singoli settori: è diventata un movimento di vasta portata, che coinvolge diverse classi sociali e che dimostra una volontà di cambiamento radicale.

La reazione del regime, caratterizzata da una politica di repressione e di sospetto, ha però rafforzato la determinazione dei manifestanti. Le autorità hanno cercato di minimizzare il movimento, accusando i partecipanti di essere agenti esteri o di minacciare l'unità nazionale, ma questa strategia non ha avuto successo. Al contrario, ha rafforzato il legame tra i manifestanti, che vedono nella repressione una prova del disprezzo del potere verso i loro diritti. La mancanza di un dialogo aperto e di un'ascolto delle esigenze della popolazione ha reso il movimento più radicale, con richieste che spaziano dall'apertura della democrazia al riorientamento delle politiche economiche. Il governo, però, non sembra disposto a cedere, preferendo mantenere il controllo anche a costo di un conflitto che potrebbe estendersi a livello nazionale. La situazione, quindi, rimane incerta: se il regime riuscirà a trovare una soluzione politica, il movimento potrebbe perdere forza, ma se continuerà a reprimere, il rischio di una crisi più grave aumenterà. La strada è aperta a un futuro imprevedibile, in cui il destino dell'Iran dipenderà da scelte che potrebbero cambiare il Paese per sempre.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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