11 mar 2026

I kurdi del Sud-Est della Turchia si dicono abbandonati dai loro alleati

La caravana di veicoli, attraverso strade bagnate di fango e polvere, si muove lentamente verso l'interno della regione kurda del sud profondo della Turchia, confinante con la Siria.

31 gennaio 2026 | 08:38 | 5 min di lettura
I kurdi del Sud-Est della Turchia si dicono abbandonati dai loro alleati
Foto: Le Monde

La caravana di veicoli, attraverso strade bagnate di fango e polvere, si muove lentamente verso l'interno della regione kurda del sud profondo della Turchia, confinante con la Siria. A bordo, una dozzina di persone, tra uomini e donne, si scambiano strette di mano e parole di saluto con i villaggi abbandonati e i paesi distrutti da mesi di combattimenti. La loro missione è quella di portare un messaggio di solidarietà e di speranza, nonostante l'odore di guerra che aleggia nell'aria e il silenzio pesante che accompagna ogni passo. La notizia, riferita da testimoni oculari, riguarda la situazione critica della zona, dove le forze del governo siriano hanno circondato la città kurda di Kobané, simbolo della resistenza contro i jihadisti, da oltre un mese. La situazione si complica ulteriormente con l'accordo siglato il 30 gennaio tra le forze kurde del nord della Siria e il governo di Damasco, un tentativo di stabilizzare la regione, ma che non sembra aver risolto le tensioni. I membri della caravana, appartenenti al Partito Democratico Turco (DEM), terza forza politica del Paese, provengono da Suruç, città gemella di Kobané, e si muovono in un'area dove la vita quotidiana è interrotta da bombardamenti, mancanza di acqua potabile e il timore di un'invasione. La loro presenza, però, rappresenta una forma di resistenza morale e una speranza per chi vive in mezzo alla distruzione.

La carovana, composta da veicoli di vario tipo, si ferma per brevi istanti ai checkpoint militari, dove i soldati, armati e determinati, controllano i passeggeri e i beni. Gli uomini e le donne che la guidano, membri del DEM, sono lì per incontrare gli abitanti dei villaggi, alcuni dei quali sono stati spostati dalle loro case a causa delle incursioni. I contatti si svolgono intorno a un tè caldo o, in alcuni casi, al freddo, con i residenti che raccontano storie di perdite, di famiglie disperse e di un futuro incerto. Tra i discorsi, emerge un'unica preoccupazione: l'odore di guerra che persiste nell'aria, nonostante l'accordo tra le forze kurde e il governo siriano. I testimoni raccontano che il sentore di polvere e di combustibili è diventato parte del quotidiano, un segno tangibile della violenza che non si è mai interrotta. La carovana, però, non si ferma. Anche se i villaggi sono in rovina e le strade sono impraticabili, i membri del DEM continuano il loro viaggio, portando con sé la determinazione di non abbandonare chi è in difficoltà.

La situazione in cui si trova la regione kurda del sud profondo della Turchia è il frutto di anni di tensioni e conflitti. Da decenni, la popolazione kurda vive in un contesto di discriminazione e repressione, con il governo turco che ha sempre visto i curdi come una minaccia al suo controllo sul Paese. La città di Kobané, simbolo della resistenza kurda, è diventata un bersaglio delle forze del regime siriano, che hanno cercato di annetterla al loro territorio. L'accordo siglato il 30 gennaio tra le forze kurde e il governo di Damasco è stato visto come un tentativo di smorzare le tensioni, ma non ha risolto le radici del conflitto. Anche se i combattimenti si sono intensificati nel gennaio 2023, la guerra non si è mai fermata, e la regione continua a essere un teatro di operazioni. I villaggi intorno a Koban, ormai ridotti in macerie, sono diventati una trincea per la lotta tra le diverse fazioni, con gli abitanti che vivono in condizioni di estrema povertà e privi di servizi essenziali. La carovana, quindi, non è solo un atto di solidarietà, ma anche un segnale di speranza in un contesto in cui ogni giorno è un'altra battaglia.

L'impatto della guerra sulla popolazione civile è enorme. Mentre le forze militari continuano a muoversi lungo le strade, i cittadini sono costretti a vivere in condizioni di emergenza. La mancanza di acqua potabile, l'assenza di elettricità e la scarsità di cibo hanno reso la vita quotidiana estremamente difficile. I bambini, in particolare, soffrono per la mancanza di scuole e di opportunità di crescita, mentre i genitori cercano di proteggerli da un ambiente che non offre alcuna sicurezza. La carovana del DEM, però, cerca di portare un'alternativa a questa realtà. I membri del partito, che hanno un'esperienza politica e sociale, si dedicano a visitare i villaggi, ascoltare le voci dei residenti e offrire supporto morale. Questo approccio, sebbene non possa risolvere le cause del conflitto, contribuisce a mantenere viva la resistenza dei curdi. La loro presenza, infatti, rappresenta un simbolo di unità e di solidarietà, un modo per ricordare che la lotta non è solo militare, ma anche sociale e politica.

La situazione in cui si trova la regione kurda del sud profondo della Turchia potrebbe evolversi nei prossimi mesi, a seconda delle decisioni politiche e militari che saranno prese. L'accordo tra le forze kurde e il governo siriano, pur non essendo stato sufficiente a fermare le ostilità, potrebbe rappresentare un passo verso un'intesa più ampia, che coinvolga anche la Turchia. Tuttavia, le tensioni tra i vari attori del conflitto, tra cui il governo turco, il regime siriano e i gruppi curdi, rimangono elevate, e la guerra potrebbe continuare a influenzare la vita quotidiana delle persone. La carovana del DEM, quindi, non è solo un atto di solidarietà, ma anche un segnale di speranza per un futuro in cui la pace possa essere raggiunta. Sebbene le strade siano ancora impraticabili e le case ridotte in macerie, i membri del partito continuano a muoversi, portando con sé la convinzione che la resistenza non è mai finita. La loro missione, però, non si limita al presente: è un invito a riflettere su come la guerra possa essere superata e come la solidarietà possa diventare un'arma contro la violenza.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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