Giornalisti riferiscono da Iran senza internet
Lunedì, un attacco coordinato tra forze israeliane e statunitensi ha colpito un complesso militare a Tehran, provocando la morte di decine di figure di alto livello del regime iraniano, tra cui l'ayatollah Ali al-Khamenei, leader supremo del Paese.
Lunedì 15 ottobre 2023, un attacco coordinato tra forze israeliane e statunitensi ha colpito un complesso militare a Tehran, provocando la morte di decine di figure di alto livello del regime iraniano, tra cui l'ayatollah Ali al-Khamenei, leader supremo del Paese. L'evento, avvenuto di sabato, ha immediatamente scatenato una serie di misure restrittive da parte del governo iraniano, tra cui un blocco quasi totale della rete internet, che ha isolato il Paese dal resto del mondo. La reazione del governo, che ha imposto un blackout digitale, ha suscitato preoccupazioni tra i giornalisti e i cittadini, che hanno osservato similitudini con interventi precedenti, come quelli del 2022 e del 2025. Il giornalista internazionale Mostafa Zadeh, base a Tehran, ha espresso la sua sorpresa per la rapidità con cui il governo ha reagito, sottolineando come la strategia di tagliare la connessione internet sia diventata un'arma standard per il regime in situazioni di crisi. Questo tipo di intervento, spesso giustificato con motivi di sicurezza, ha sempre colpito di più i professionisti della comunicazione, che perdono l'accesso ai mezzi più basilari per il loro lavoro.
La decisione del governo di interrompere l'accesso a internet non è stata limitata ai servizi di rete tradizionali, ma ha interessato anche le linee fisse e le connessioni mobili, creando un isolamento totale. Zadeh ha rivelato che la reazione del regime è stata prevedibile, poiché durante le operazioni di repressione del 2022 e del 2025, il governo aveva già utilizzato lo stesso approccio per limitare la diffusione di informazioni. Secondo lui, il motivo principale del blocco non è solo la prevenzione di eventuali comunicazioni tra spie israeliane e contatti interni, ma soprattutto la mancanza di controllo sull'informazione. "La politica ha il peso maggiore sui giornalisti e sui media locali, che non hanno più strumenti per documentare ciò che accade", ha affermato Zadeh. La mancanza di accesso alle tecnologie di comunicazione ha reso difficile per i cittadini, gli attivisti e i giornalisti registrare gli eventi in atto, costringendoli a scegliere tra rischi di arresto o il silenzio. Questa strategia ha portato a un'ulteriore repressione, con il diritto all'informazione che si è trasformato in una vittima della priorità della sicurezza statale.
Il contesto di questa situazione si colloca all'interno di un contesto di tensioni crescenti tra Iran e Israele, che si sono intensificate negli ultimi anni. Il blocco di internet non è un evento isolato, ma parte di una strategia più ampia del regime per mantenere il controllo sulla popolazione e limitare la diffusione di informazioni critiche. Durante le proteste del settembre 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, il governo aveva già interrotto la connessione internet per interrompere le comunicazioni tra i manifestanti. Le misure adottate in quel periodo, come la riduzione della velocità di connessione o la completa interruzione del servizio, avevano lo scopo di limitare la capacità di coordinazione degli oppositori. Le somiglianze con la situazione attuale sono evidenti, poiché anche in questo caso il governo ha cercato di isolare la popolazione e nascondere l'andamento degli eventi. La repressione ha colpito soprattutto i giornalisti, che hanno subito un danno significativo nella loro capacità di operare.
L'impatto di questa politica di censura ha avuto conseguenze profonde, non solo per la libertà di espressione, ma anche per la capacità del Paese di comunicare con il resto del mondo. I giornalisti, gli attivisti e i cittadini comuni si trovano in una posizione di vulnerabilità, dove ogni tentativo di documentare gli eventi può portare a gravi conseguenze. La strategia del regime ha portato a un aumento del controllo su informazioni sensibili, con l'obiettivo di limitare la percezione esterna della situazione interna. Secondo Zadeh, il rischio maggiore per i professionisti della comunicazione è il rischio di essere accusati di attività di spionaggio o di collaborazione con l'estero. Questo ha reso necessario l'uso di tecnologie alternative, come i servizi di messaggistica crittografata o la connessione tramite satellite. Tuttavia, anche queste soluzioni non sono completamente sicure, poiché il rischio di essere individuati da forze di sicurezza è sempre presente.
Le implicazioni di questa politica di censura vanno ben oltre la semplice limitazione dell'accesso a internet. Il regime iraniano sta usando questa strategia per mantenere un controllo stretto sulla popolazione, riducendo la capacità di resistenza e di critica. La repressione ha portato a un aumento del numero di arresti e di condanne, con punizioni estreme come l'esecuzione. Secondo Amnesty International, nel 2025 sono state eseguite oltre 1.000 persone, il numero più alto degli ultimi dieci anni, con almeno 15 esecuzioni per accuse di spionaggio a favore di Israele. Questi dati evidenziano come il governo iraniano stia adottando una politica di repressione senza precedenti, con conseguenze gravissime per i diritti umani. La mancanza di accesso alle informazioni ha anche reso difficile per il mondo esterno comprendere la verità sulle situazioni in atto, creando un vuoto informativo che il regime cerca di sfruttare per mantenere il controllo. La lotta per la libertà di espressione e la verità diventa così un tema centrale, con i giornalisti e i cittadini che si trovano a fare i conti con un sistema che cerca di limitare ogni forma di comunicazione.
Fonte: Wired Articolo originale
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