Fiscalia italiana indaga su 'safari umani' a Sarajevo e chiama primo sospetto
La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un'inchiesta che potrebbe rivelare una trama criminale di proporzioni inaudite.
La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un'inchiesta che potrebbe rivelare una trama criminale di proporzioni inaudite. L'indagine riguarda presunti viaggi organizzati negli anni Novanta durante la guerra di Bosnia, in cui cittadini italiani e di altri Paesi europei avrebbero pagato per sparare a civili da posizioni di tiro sulle colline di Sarajevo. Il caso ha trovato un primo indagato, un ex autista di 80 anni residente a Pordenone, nel nord-est dell'Italia, vicino alla frontiera con la Slovenia. L'uomo, che ha lavorato in un'azienda metalmeccanica, è stato chiamato a deporre il prossimo lunedì. La sua abitazione è stata ispezionata dai Carabinieri, che hanno sequestrato sette armi legalmente possedute: due pistole, un fucile e quattro scacciacani. La Procura ha indicato come ipotesi di reato l'omicidio volontario continuato in connivenza con altre persone ancora da identificare, con un piano crimine che ha causato la morte di civili indefensi, tra cui donne, anziani e bambini. La fiscalia ha anche menzionato la presenza di "motivi abeti", un termine che indica l'assenza di motivi legittimi per i reati commessi. L'indagine ha coinvolto anche paesi come Francia, Svizzera e Belgio, dove i partecipanti ai viaggi illegali erano originari. La fiscalia ha ritenuto necessario un approfondimento internazionale per ricostruire il quadro completo degli eventi.
La questione si colloca in un contesto storico drammatico. Sarajevo fu circondata dal 1992 al 1996 da milizie serbo-bosniache, che rendevano famosa la "strada dei francotiratori", una via obbligata per i residenti che era minata da sparatorie da posizioni di tiro sulle colline. Si stima che oltre 11.000 civili siano morti in questo modo. La denuncia, presentata da Ezio Gavazzeni, un giornalista e scrittore italiano, ha suscitato interesse per la sua ampia documentazione. Gavazzeni ha raccolto informazioni su un fenomeno che era stato un mistero per anni. Il caso è stato supportato da esponenti di spicco come l'ex magistrato Guido Salvini, noto per le sue indagini su gruppi terroristici italiani, e dall'avvocato Nicola Brigida, che ha gestito casi di scomparsa di italiani in Argentina e in Cile. La denuncia ha suscitato l'interesse della comunità internazionale, con la pubblicazione del documentario "Sarajevo Safari" del regista sloveno Miran Zupanic, che ha raccolto testimonianze e indizi su questi viaggi illegali.
L'ipotesi di reato si basa su un'analisi dettagliata delle prove raccolte. Secondo i media italiani, i partecipanti a questi "safari" erano cittadini comuni appassionati di armi, che avevano contratto servizi per effettuare sparatorie contro civili in cambio di un compenso elevato. Si stima che il costo fosse tra 80.000 e 100.000 euro, con un prezzo maggiore per sparare a bambini. I viaggi erano organizzati tramite voli da Trieste a Belgrado, gestiti da un'azienda serba, e poi proseguivano in auto verso Sarajevo. Le informazioni iniziali indicavano un imprenditore milanese, un cittadino di Torino e uno di Trieste come possibili partecipanti. L'indagine ha rivelato anche la presenza di un ex agente dei servizi segreti bosniaci, Edin Subasic, che ha confermato l'esistenza di questi viaggi. Subasic ha rivelato che l'informazione era stata ottenuta da un prigioniero serbo-bosniaco, e che i servizi segreti italiani avevano interrotto la rotta utilizzata per raggiungere Sarajevo. Questo ha portato a ipotesi di archivi ufficiali che potrebbero contenere informazioni aggiuntive.
La portata del caso ha suscitato preoccupazione per le implicazioni giuridiche e storiche. L'indagine ha coinvolto anche l'ex ambasciatore italiano a Sarajevo, Michael Giffoni, che ha confermato l'esistenza di questi viaggi in un'intervista del novembre scorso. Giffoni ha sottolineato l'importanza di queste testimonianze per ricostruire la verità su un episodio che ha sconvolto la comunità internazionale. Il caso è stato ulteriormente complicato da accuse rivolte al presidente attuale della Serbia, Aleksandar Vucic, che durante la guerra era stato segretario generale del Partito Radical Serbo (SRS). Secondo il giornalista croato Domagoj Margetic, Vucic era stato volontario durante l'assedio di Sarajevo e aveva occupato posizioni di tiro nel cimitero ebraico. Tuttavia, Vucic ha negato ogni coinvolgimento e ha ritenuto che le accuse fossero basate su falsi testimonianze. Margetic ha anche rivelato che tre testimoni chiave, che potevano fornire informazioni alla Procura, erano morti in circostanze misteriose. Queste accuse mettono in luce la complessità del caso e la necessità di una indagine approfondita.
L'inchiesta ha segnato un passo importante nella ricostruzione di un episodio che ha lasciato un segno indelebile nella storia. La Procura di Milano ha aperto le porte a un'indagine che potrebbe portare a rivelazioni significative, non solo per il caso specifico, ma anche per la comprensione di fenomeni criminali di larga portata. La questione solleva questioni di responsabilità, giustizia e memoria storica, con implicazioni che vanno oltre il singolo caso. La collaborazione tra Paesi europei e la disponibilità di documenti segreti potrebbero contribuire a un chiarimento completo. Tuttavia, il caso rimane un esempio di come la memoria storica possa essere ulteriormente approfondita attraverso indagini giudiziarie e testimonianze. La comunità internazionale continuerà a monitorare lo sviluppo dell'inchiesta, che potrebbe influenzare la percezione di eventi passati e la ricerca della verità.
Fonte: El País Articolo originale
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