11 mar 2026

Dissidenti silenziati, il West procede

Jimmy Lai, ex direttore di Apple Daily, è stato condannato a 20 anni per il ruolo nella protesta del 2019 a Hong Kong, un episodio visto come colpo duro contro la libertà di stampa. La sentenza, accusata di essere politica, ha suscitato preoccupazioni internazionali, con il governo Usa che esprime solidarietà ma non commenta formalmente.

11 febbraio 2026 | 02:31 | 5 min di lettura
Dissidenti silenziati, il West procede
Foto: The New York Times

Jimmy Lai, ex presidente del quotidiano Apple Daily e attivista politico, è stato condannato a 20 anni di prigione per il suo ruolo nella protesta del 2019 a Hong Kong, un episodio che ha segnato un punto di non ritorno nella lotta per la libertà del territorio. L'imputato, nato a Hong Kong nel 1949 e cresciuto in un'epoca di tensioni tra il governo cinese e le aspirazioni locali, ha trascorso anni in carcere, tra cui cinque in isolamento, e ora affronta una sentenza che equivale a una condanna a vita per un uomo di 78 anni. La decisione del tribunale cinese, annunciata il 1 gradi aprile, ha suscitato preoccupazioni internazionali, con il governo degli Stati Uniti che ha espresso solidarietà ma senza emettere un commento formale. L'arresto di Lai, insieme a sei ex dirigenti del quotidiano, rappresenta un colpo duro contro la libertà di stampa e le proteste democratiche in una regione che era stata promessa come un modello di autonomia all'interno del sistema cinese. La sentenza, vista come una mossa politica per mettere pressione sulle trattative commerciali con gli Stati Uniti, ha acceso nuove discussioni sul ruolo della democrazia globale contro il regime autoritario.

Lai, noto per la sua determinazione e il suo impegno politico, ha trascorso gran parte della sua vita a combattere per i diritti dei cittadini di Hong Kong. La sua storia è legata a momenti chiave del XX secolo, tra cui il periodo in cui il Partito Comunista ha preso il controllo della Cina continentale e il suo impatto sulle famiglie locali. La sua madre, per esempio, era stata internata in un campo di lavoro durante il regime comunista, un episodio che ha plasmato la sua visione del mondo. L'evento che ha cambiato la sua vita, però, fu un gesto apparentemente banale: un frammento di cioccolato dato da un passeggero a Hong Kong, che ha ispirato Lai a fuggire su una nave verso la colonia britannica. Dopo anni di lavoro in una fabbrica di guanti, ha fondato Giordano, un'azienda di abbigliamento informale che si è evoluta in un'icona del lifestyle asiatico. Ma il suo impegno politico si è intensificato nel 1989, quando il massacro di Tiananmen Square ha acceso il suo desiderio di resistenza. Ha quindi dato vita a Apple Daily, un giornale pro-democrazia che ha sostenuto il movimento per la libertà di Hong Kong. La sua frase "Un'apple al giorno tiene lontani i bugiardi" è diventata un simbolo di lotta contro la censura.

Il contesto storico di questa vicenda è radicato nella promessa di "uno stato, due sistemi" fatta dal governo britannico nel 1997, quando Hong Kong è stato restituito alla Cina. La formula era stata concepita per garantire libertà politiche e giuridiche al territorio, ma già negli anni successivi si sono evidenziate le tensioni tra le due potenze. Il governo cinese, guidato da Xi Jinping, ha accelerato la sua politica di controllo, limitando sempre più le libertà locali. La protesta del 2019, scatenata da una legge di espatrio che prevedeva la consegna di cittadini a giudici stranieri, ha rappresentato l'apice della tensione. Le forze di polizia hanno reagito con violenza, causando un'ondata di proteste e arresti. Lai, che aveva già vinto un dibattito con il governo locale su una legge di sicurezza nel 2009, è stato arrestato nel 2020, seguito dal chiudersi del suo quotidiano. La sua condanna, però, non è solo un atto di repressione: è un segnale di come il regime cinese intenda ridurre l'opposizione interna, anche attraverso la censura e la repressione delle voci critiche.

L'analisi di questa situazione rivela una crisi profonda nella difesa dei diritti umani a livello globale. Il caso di Lai ha messo in evidenza il ruolo delle democrazie occidentali, che per anni hanno mostrato preoccupazione per le violazioni dei diritti in Paesi come la Russia, la Cina o l'Iran. Negli anni Settanta e Ottanta, figure come Aleksandr Solzhenitsyn o Václav Havel erano state celebrate come simboli della resistenza al totalitarismo, ma dopo il 2008, il dibattito si è trasformato in un confronto politico tra interessi economici e questioni umanitarie. La politica estera degli Stati Uniti, ad esempio, ha visto il diritto alla libertà ridotto a un tema secondario rispetto a questioni come il commercio o il clima. Il presidente Barack Obama, pur essendo un sostenitore del "cambiamento", ha riconosciuto la complessità di interventi esterni, mentre il successore, Donald Trump, ha ridotto ulteriormente l'impegno, privilegiando accordi commerciali su temi che non riguardavano direttamente i diritti delle persone. Questa evoluzione ha portato a una deresponsabilizzazione delle democrazie, che ora vedono i dissidenti come un problema marginale piuttosto che un elemento chiave per la difesa della libertà.

La chiusura di questa vicenda non è solo un episodio legato a Hong Kong, ma un sintomo di una crisi più ampia. Il caso di Jimmy Lai rappresenta un punto di rottura per chi crede che la libertà di espressione e la lotta contro il potere autoritario siano pilastri irrinunciabili della democrazia. Per il regime cinese, la repressione di Lai non è solo un atto di controllo interno, ma un mezzo per consolidare il potere a livello globale. Per il resto del mondo, invece, la sua condanna è un monito: se le democrazie non riconosceranno la portata di questi casi, saranno costrette a fare i conti con un sistema che non rispetta i principi fondamentali del libero mercato e della giustizia. La soluzione non sta nell'isolamento o nell'apertura di nuove porte, ma nel riconoscere che la difesa della libertà non è un lusso, ma un'obbligazione. Il futuro di Jimmy Lai, e di tanti altri dissidenti, dipende da quanto il mondo democratico sarà disposto a combattere per i loro diritti, nonostante le complessità politiche e economiche. Se non si agirà, sarà il mondo autoritario a scrivere la prossima pagina della storia.

Fonte: The New York Times Articolo originale

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