Da Hamilton a Issa Rae e Philip Glass: le cancellazioni del Kennedy Center
Da quando Donald Trump è entrato in carica per il secondo mandato, ha iniziato un'operazione di riconversione radicale del John F. Kennedy Center for the Performing Arts a Washington, D. C., trasformandolo in un simbolo del suo progetto politico.
Da quando Donald Trump è entrato in carica per il secondo mandato, ha iniziato un'operazione di riconversione radicale del John F. Kennedy Center for the Performing Arts a Washington, D.C., trasformandolo in un simbolo del suo progetto politico. L'ex presidente ha rimosso i membri del consiglio nominati da Joe Biden, sostituendo il presidente di lungo periodo dell'istituzione, e ha nominato un alleato politico come direttore. Ha aggiunto il suo nome al facciata del centro, rendendolo "Il Donald J. Trump e John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts", e ha annunciato l'intenzione di chiudere l'edificio per due anni a partire dall'estate, per ristrutturarlo in un "finest Performing Arts Facility of its kind". Queste mosse, però, hanno suscitato reazioni forti nel mondo artistico, con oltre due dozzine di cancellazioni e boicottaggi da parte di performer e compagnie teatrali. La decisione di chiudere il centro per due anni ha creato un clima di tensione, con il rischio di compromettere la sua reputazione come un'istituzione culturale internazionale.
Il centro, noto per la sua missione di promuovere l'arte e la cultura in modo inclusivo, ha subito un'ondata di abbandoni da parte di artisti che rifiutavano di collaborare con un'istituzione politicizzata. Tra le prime voci a lasciare il centro è stato il compositore Philip Glass, il quale aveva rifiutato di presentare la sua "Symphony No. 15" in quanto l'istituzione avesse "valori in diretto contrasto con il messaggio della sinfonia", basata sull'orazione di Abraham Lincoln del 1838. Glass aveva ricevuto un incarico per celebrare il 50 gradi anniversario del centro nel 2022. La Washington National Opera, che aveva ospitato la sua stagione primaverile per 70 anni, ha deciso di spostarsi all'Università di George Washington, dichiarando che l'istituzione aveva "subito un anno tumultuoso di cancellazioni, sedie vuote e riduzione dei donatori che protestavano contro Trump". Il direttore generale dell'opera, Timothy O'Leary, ha sottolineato che la sua decisione era motivata da un desiderio di continuare a offrire "beauty, connection e free expression" per un altro secolo.
L'effetto delle mosse di Trump si è esteso anche a figure di rilievo come Béla Fleck, il famoso banjo player, che ha rifiutato di partecipare a un concerto con l'Orchestra Nazionale. Fleck ha affermato che il centro era "meno e meno un ambiente basato sull'arte e la musica, e più politicizzato e divisivo". La sua decisione era stata difficile, in quanto "punire la sinfonia per qualcosa che non ha nulla a che fare con loro". Allo stesso tempo, il creatore della musical "Wicked", Stephen Schwartz, ha rifiutato di ospitare un gala per l'opera, dichiarando che il centro era "ormai politico" e che partecipare a eventi lì sarebbe diventato "un'ideologia". Queste reazioni segnalano un crescente dissenso tra il mondo artistico e le politiche di Trump, che hanno trasformato un'istituzione culturale in un simbolo di controversia.
La politica di Trump ha avuto conseguenze economiche e reputazionali significative per il centro. La riduzione dei finanziamenti, unita alla diminuzione dei biglietti venduti e al calo dei donatori, ha messo in pericolo la sua stabilità. La Vocal Arts DC, un ensemble di musicisti, ha annullato un concerto per il Nuovo Anno, affermando che "questo momento dovrà lasciare spazio per la riflessione, non per la rabbia". Il batterista Billy Hart ha sottolineato che il cambiamento del nome del centro aveva un ruolo chiave nel decisione di abbandonare la collaborazione. Allo stesso tempo, il compositore Lin-Manuel Miranda ha rifiutato di partecipare a un evento per il 250 gradi anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, affermando che il centro era diventato "una istituzione politicizzata" e non più un luogo aperto a tutti. Queste decisioni hanno messo in evidenza il conflitto tra il ruolo del centro come spazio culturale e il suo uso come strumento politico.
La crisi del Kennedy Center rappresenta un caso emblematico delle tensioni tra arte e politica in un'epoca di polarizzazione. Le decisioni di Trump hanno trasformato un'istituzione storica in un simbolo di dibattito, con conseguenze che potrebbero durare per anni. Mentre il centro cerca di riprendersi, il mondo artistico si confronta con la questione di come equilibrare il diritto di espressione politica con il dovere di rimanere un luogo aperto a tutti. La capacità del Kennedy Center di recuperare la sua funzione originale dipenderà da come gestirà il conflitto tra il suo ruolo culturale e le pressioni politiche. L'evento dell'anno scorso, "Let Freedom Ring!", spostato dal Kennedy Center al Howard Theater, ha mostrato che il dibattito intorno all'istituzione non è solo un problema interno, ma un riflesso più ampio di una società in cerca di equilibrio tra libertà e responsabilità. La strada per il recupero del centro sembra lunga, ma il suo destino rimane un tema centrale per il dibattito sull'arte e la politica in America.
Fonte: The New York Times Articolo originale
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